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Complimenti per la trasmissione

Cucciari, a Per un pugno di libri troppa satira fa male...

La nuova versione targata Geppi dello storico programma

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
per un pugno di libri

Geppi -Dorfles

Dando per scontato che chi rispetta i libri non può essere in malafede, due sono le considerazioni da fare sulla quindicesima nuova edizione di Per un pugno di libri (Raitre, sabato ore 17).
La prima è che l’inserimento in plancia di comando di Geppi Cucciari è rutilante, spezza la liturgia un po’ polverosa del programma; e frulla la cultura nella satira politica; e mette affettuosamente in secondo piano il mentore di sempre, Piero Dorfles neanche fosse  il professore Chips nel romanzo di Hilton. É, insomma -come suggerisce il collega Riccardo Bocca- una «conduzione potente». Ma la seconda considerazione è che Per un pugno di libri non ha affatto bisogno di conduzioni potenti. Anzi. Mi spiego. Per un pugno di libri è un incrocio fra il Musichiere e lo Zecchino d’oro: scolaresche promiscue di giovani secchioni giocano, vibrano, ansimano -assieme agli spettatori- «per indovinare il titolo di un’opera letteraria celebre che si nasconde dietro una definizione fantasiosa e talvolta bizzarra». Trattasi d’un divertissement naturale in cui la letteratura emerge dal nulla catodico e levita, morbidamente, verso la telecamera. Ma lo fa da sola. E che in studio seggano le classi di studenti del liceo «Romita» di Campobasso e del «Ricci Curbastro» di Lugo , o del «Pertini» di Ladispoli e  che si parli di Blixen, Shakespeare o Kafka; be’, l’idea di fondo è sempre quella di un leggero torpore divulgativo che tutto avvolge. Liturgia. L’hanno rispettata perfino Neri Marcorè -uno intriso di satira- e Veronica Pivetti, esplosiva almeno quanto la Cucciari. La quale battuteggia su Alfano o il governo, e suggerisce ai ragazzi «vi sto dando più spiegazioni di Andreotti ai suoi processi...». Mah. Vanno bene Lillo e Greg, qui inoculati in pillole. Ma troppa satira mescolata alla cultura, è un’arma a doppio taglio (Geppi c’è già inciampata in Dopotutto non è brutto).
 Cucciari per una battuta in più riesce pure a impedire a Dorfles di dare le classiche risposte ai ragazzi. Molto meglio, allora, la serietà puntigliosa di Concita De Gregorio in Pane quotidiano. Che, tra l’altro, mi pare non abbia neppure Caschetto come ubiquo procuratore...




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