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Doppia faccia

Obama e la "favola" dello stipendio minimo:
lo vuole alzare massacrando gli imprenditori

Con un ordine esecutivo ha gia’ provveduto ad alzarlo a 10,10 dollari per i lavoratori delle ditte delle agenzie federali e con il Pentagono, ma adesso spinge sul Congresso perche’ approvi una legge di aumento per tutti penalizzando chi produce

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Il presidente Obama ha dedicato il suo discorso radiofonico settimanale, sabato 15, allo stipendio minimo, oggi di 7,25 dollari all’ora a livello federale. Con un ordine esecutivo ha gia’ provveduto ad alzarlo a 10,10 dollari per i lavoratori delle ditte che hanno contratti d’appalto con agenzie federali e con il Pentagono, ma adesso spinge sul Congresso perche’ approvi una legge di aumento per tutti. In un anno elettorale, Obama e i democratici giocano la carta facile e populisticamente sicura di fare i paladini dei lavoratori di piu’ basso livello, con i soldi degli altri, ossia degli imprenditori che vivono delle vendite al dettaglio, dai ristorantini e negozi familiari ai giganti della distribuzione. Su piani diversi, gli uni e gli altri pagano meno che possono per far quadrare i bilanci, ovviamente riservando la paga minima alle sole fasce di dipendenti stagionali, o per mansioni d’ingresso e part time, e in ogni caso senza qualificazione, dai lavapiatti agli scaricatori dei magazzini. L’aumento della paga minima e’ una richiesta ricorrente dei democratici, che ha una sua motivazione logica nella rincorsa all’inflazione: da quando e’ stato fissato il primo “minimo salariale” per legge, ritenendolo una cosa giusta, e’ ovvia poi la richiesta di adeguamenti all’insu’ per “tenere il passo”.

Non a caso una decina di Stati, che autonomamente possono deliberare un proprio minimo locale, purche’ piu’ alto di quello federale, hanno da tempo approvato leggi che agganciano il minimo agli incrementi del costo della vita. L’argomento “economico” e’ dibattuto, e una maggioranza di economisti e’ dell’idea che fissare un prezzo minimo ha la conseguenza negativa della diminuzione dei posti: se il lavoro e’ una merce (Marx), piu’ e’ cara e meno ne viene comprata. Ma se il tema della paga minima ha almeno la concretezza della rivendicazione quantificabile, l’altro “soggetto” che domina la “conversazione politica” mentre ci si avvicina alle urne di medio termine a novembre e’ quello, obiettivamente inafferrabile, della “ineguaglianza dei redditi”. Non chiedete ad un liberal che cosa possa essere fatto per combattere e vincere questa cosiddetta battaglia, a parte aumentare di un dollaro o due la paga oraria agli “ultimi” cosi’ da avvicinarli ai “primi” (e anche se cio’ e’ numericamente ridicolo, politicamente e’ furbo). “Ineguaglianza dei redditi” e’ parola d’ordine, in codice, per “redistribuzione della ricchezza”, uno slogan che non ha molto appeal in America. Ma la redistribuzione e’ gia’ massicciamente in corso e puo’ essere statisticamente misurata: venerdi’ 14, di due studi paralleli sull’argomento ha dato notizia Scott A. Hodge, presidente della Tax Foundation, un gruppo bipartisan di ricerca sulle imposte negli USA.

Il primo studio e’ dell’Ufficio Bipartisan del Budget del Congresso (CBO), e il secondo e’ della stessa Tax Foundation. Diamo in sommario i risultati di entrambi, sostanzialmente dallo stesso esito, che mostrano quanto sia pesantemente progressiva, cioe’ concretamente redistributiva, la politica fiscale negli Usa. Guardando ai dati pre-recessione del 2007-2008 per i gruppi familiari “senza anziani e pensionati”, lo studio del CBO intitolato “La Distribuzione delle spese federali e delle tasse nel 2006” ha calcolato che la fascia dell’ultimo quintile, il 20% dai redditi piu’ bassi, ha ricevuto 9,62 dollari in spese federali (sussidi e welfare, crediti fiscali, buoni cibo, mutua eccetera) contro 1 (un) dollaro pagato in tasse federali di ogni genere. Di fatto non pagano una lira di tasse (il 47% degli americani non le paga, del resto), ma godono di ricchi benefici. All’opposto, quelli del primo quintile, cioe’ il 20% dai redditi piu’ elevati, per ogni dollaro di imposte federali versate ad ogni titolo sono beneficiari di spese federali per 17 centesimi. Ma anche la “classe media”, ossia il terzo quintile al centro della scala (quelli che hanno redditi dal 40% al 60%) paga meno di quello che riceve: versa un dollaro e ne porta a casa 1,19%. Per i 91 milioni di nuclei familiari, ha calcolato il CBO per il 2006, il 40% dei due primi quintili con i redditi piu’ alti ha “redistribuito” al restante 60% degli altri americani qualcosa come 1.200 miliardi di dollari (il PIL americano, per dare un ordine di grandezza, e’ oggi sui 16.000 miliardi). L’altro studio, quello della Tax Foundation, basato sui dati del 2012 relativi a 150 milioni di famiglie americane e’ arrivato alla conclusione che la redistribuzione federale a carico di chi guadagna di piu’ a favore di chi guadagna di meno e’ pare  a 1.500 miliardi, a cui vanno aggiunti 500 miliardi su base statale e municipale.  (In America si pagano tre livelli separati di imposte: al governo federale, allo stato, e alla citta’.) In questi dati non sono compresi gli aumenti marginali delle imposte ai redditi piu’ alti, salite dal 35% al 39,6%, e i sussidi ad Obamacare.

La conclusione e’ che come gruppo in generale la grande maggioranza degli americani riceve dal governo, in spese federali, piu’ di quanto non versi in imposte. Secondo la Tax Foundation il reddito medio di mercato nel 2012 e’ stato di 81.600 dollari a famiglia (comprendendo stipendi, redditi da capitale e trading, benefici sanitari e previdenziali). Un tipica famiglia del quintile piu’ basso ha avuto un reddito di 9.560 dollari, e ha avuto 21,158 dollari in piu’ dal governo. Per portare questa fascia degli “ultimi” redditi al livello medio di 81.600, e annullare cosi’ la diseguaglianza, bisognerebbe che fossero trasferiti come welfare e sussidi altri 50.882 dollari ad ogni famiglia povera. Anche il terzo quintile, la “classe media”, ha bisogno di trasferimenti governativi per 17.339 dollari affinche’ il suo attuale reddito medio di 56.885 sia alzato al livello medio di 81.600 dollari.  Le famiglie al quintile piu’ ricco, che hanno un reddito medio di 311.400, pagano gia’ 65.573 dollari in tasse piu’ di quanto ricevono in spese federali a loro favore, e dovrebbero pagare in tasse altri 164.227 dollari per allinearsi alla media nazionale, azzerando il loro vantaggio attuale. In tutto, conclude Hodge, bisogna prendere altri 2.400 miliardi di dollari al 40% delle famiglie americane che gia’ pagano piu’ di quanto hanno dal governo, al fine di risolvere il problema della “ineguaglianza dei redditi”. La domanda finale che si pone Hodge e’ retorica e molto pacata, essendo il gruppo di studio tecnico e bipartisan: “Quali politiche raggiungerebbero questo obiettivo senza far cadere l’economia sulle sue ginocchia?” La risposta c’e’, e si chiama comunismo. Per Obama e i democratici la parola sarebbe un suicidio politico, quindi si fermano alla “ineguaglianza dei redditi”, vago e demagogico concetto per le anime belle.

di Glauco Maggi

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Commenti all'articolo

  • imahfu

    05 Aprile 2014 - 16:04

    Tutto é stabilire se si vuole una società equa,percio' priva di sbandati, di miseria, di rapinatori che trovano di che sopravvivere solo col reato (e violenza). Se si vuole evitare il peggio si é chiamati comunisti. In tal caso, si fa rivivere il comunismo. che tutti accetterebbero. L'ineguaglianza dei redditi sta bene, anche se esagerata, solo ai retrivi che perderanno tutto.

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