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Complimenti per la trasmissione

Masterpiece, ma la Sgarbi non è Gertrude Stein

Il talent di Raitre è avvincente. E allora perchè l'ascolto non sale?

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Masterpiece, ma la Sgarbi non è Gertrude Stein

coppola e la prova sms

«Ma quella non è Elisabetta Sgarbi? Ma che? Hanno ripescato pure lei?...».

La battuta, mentre ricompare in video il solito editor Bompiani col suo snobismo invincibile, è la migliore della serata di Masterpiece (Raitre, domenica seconda serata). Ed è pronunciata, con humour aguzzo, dal concorrente Adelmo Monachese assiepato in un bizzarro gruppo d’ascolto tra aspiranti scrittori. Roba tipo i Futuristi al caffè Giubbe Rosse, con Massimo Coppola che tenta d’incendiare alla Marinetti e non gli riesce con gli animi e le convenzioni, ma gli riesce con gli ascolti. La pochezza di 517mila telespettatori e share del 2,60% pone, per il reality degli scrittori più applaudito -all’estero-, seri interrogativi. Premetto: a me Masterpiece piace. Nell’estetica registica e nel montaggio, è impeccabile. La scrittura del programma - sugli aspiranti scrittori non sulla scrittura- è un esperimento metatelevisivo. E anche la giuria - Selasi, De Cataldo, De Carlo, la buona il brutto e il cattivo- è ben assortita. Funzionano, nonostante lo sdegno provato per qualsiasi approccio giornalistico nelle prove dei concorrenti (ma il grande A.J. Liebling diceva del compagno Albert Camus: «Ha sprecato il suo talento nella narrativa, abbiamo perso un grande giornalista»); e nonostante la loro ruvidezza nello stroncare i temini sulle sorelle Bertè o le prove a colpi di sms ispirati allo sketch dello scrivano in piazza di Miseria e nobiltà. Inoltre, divertono sia le prove di «scrittura applicata» , dal «sintagma» di Vecchioni costretto a storpiare le sue canzoni su metriche impossibili; sia la lezione di Luca Bianchini sulla «scrittura veloce», qualunque cosa significhi. Tutto, teoricamente, di  buona qualità. Allora cos’è che non va? Ci ho pensato molto. Forse due cose. La lettura degli scritti da parte di perfetti sconosciuti che smorzano il loro stesso talento, qualora ve ne fosse (ci vorrebbero degli attori, di teatro). E la presunzione, che avvolge prima o poi chiunque abbia scritto un libro. Non vale solo per i concorrenti. Con tutto il rispetto in giuria non abbiamo Chandler, la Yourcenar e Balzac. E la Sgarbi non è Gertude Stein. Sarebbe un programma perfetto per Sky. Continuo a seguirlo, per vedere l’effetto che fa...

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