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"Mago Zurlì è morto da 30 anni e io sono resuscitato due volte"

Ha inventato lo Zecchino d’Oro nel ’59 e l’ha condotto per 50 edizioni. Poi è sparito. «Mi hanno cacciato senza motivo e sono in causa con l’Antoniano»

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Biografia: Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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"Mago Zurlì è morto da 30 anni  e io sono resuscitato due volte"
Cino Tortorella ha inventato lo Zecchino d’Oro e - nei panni di Mago Zurlì fino al 1972 e poi in abiti normali - l’ha condotto per 50 anni, crescendo e facendo divertire intere generazioni di bambini. Autore, regista, presentatore, giornalista e gastronomo, ha lavorato alla Rai, ad Antenna 3 e a Mediaset. Da tre anni, però, è sparito dalla tv e dallo Zecchino. Ecco perché.



Tortorella, come preferisce essere chiamato? Cino o Mago Zurlì?
«Con il mio nome vero, per carità. Il Mago Zurlì non esiste più da 50 anni. È morto e...».
Poi approfondiamo. In realtà anche Cino Tortorella è quasi morto.
«Per due volte, nel 2007 e nel 2009, il mio cuore ha cessato di battere. In medicina, tecnicamente, si chiama ischemia o premorte. Io lo chiamo pit-stop. Ho fatto come i piloti di formula uno, mi sono fermato ai box, ho fatto il pieno e sono ripartito con più grinta e determinazione di prima».
Già, ma in quei secondi senza battito è vero che ha visto l’aldilà? Le va di spiegare?
«Per lungo tempo me lo sono tenuto per me, temevo di non essere capito. Poi ho conosciuto il professor Umberto Scapagnini, neurofarmacologo di fama internazionale. Ha vissuto la stessa esperienza, mi ha convinto a parlarne. Oggi so che quando chiuderò gli occhi per sempre e il mio cuore cesserà di battere non sarà per sempre e non sarò solo. E non è un invito al suicidio: non ho mai amato così tanto la vita come dopo quei momenti».
Proviamo a raccontare.
«È stato come un viaggio in un altro mondo, un’altra dimensione.
Cino, materializziamo i ricordi se possibile.
«Ho visto davanti a me un sentiero luminoso lungo il quale mi sono incamminato pervaso da una profonda, dolcissima serenità. Il corpo si è trovato immerso in un’onda che mi sollevava dolcemente e mi portava in alto, un’onda non di acqua ma di luce purissima, una luce liquida. Niente a che vedere con quella terrena».
Qualche oggetto?
«Niente, il vuoto. È difficile trovare parole esatte per descrivere nei dettagli quel posto. Forse le più azzeccate sono quelle scritte da frate Bonaventura mentre descrive la morte del suo compagno Francesco: “È sommerso nell’abisso della chiarità eterna”. Ecco, l’abisso di chiarità è una bella descrizione».
Ha sentito voci? Incontrato qualcuno?
«La seconda volta ho sentito molte voci. Una sola, però, chiara, netta. La stessa ascoltata nel 2001».
Cioè?
«Il 3 gennaio 2001 ero nella Sala Paolo VI in Vaticano per un incontro con Papa Wojtyla. Quando ci siamo salutati gli ho detto: “Santità, ci rivedremo per il prossimo Giubileo”, intendendo quello del 2025. Lui mi ha sorriso: “Sì, ci rivedremo”».
E la voce che ha sentito nell’aldilà era la sua?
«Mi ha detto: “Sì, ci rivedremo”. Poi, dopo una lunghissima pausa, ha aggiunto: “Ma non ora”. E il mio cuore ha ripreso a battere, sono tornato qui, con più energia di prima. Pensi che sto lavorando più adesso di 20 anni fa».
Che fa?
«Sto scrivendo il libro “Non abbiate paura (li rivedremo)” sull’esperienza extraterrena e  preparando un docu-film per combattere l’obesità infantile, si intitolerà “S.O.S. (Save Our Sons)”.  Poi è stata fondata l’Associazione Onlus “Gli amici di Mago Zurlì” e ho in progetto una web-tv sulla gastronomia, mia grande passione».
A proposito di tv, la guarda?
«Non più. Solo qualche partita di calcio, sono tifoso dell’Inter. Non riesco ad accettare un certo lassismo a livello di espressione».
E lo Zecchino d’Oro lo segue?
«Assolutamente no, soffrirei troppo. Sono in causa da tre anni con Alessandro Caspoli, che dirige l’Antoniano, uno che neppure sotto tortura definirei frate, fratello e tantomeno padre: del frate  ha soltanto l’abito. Quando è arrivato ha cancellato il passato considerandolo vecchiume, ha buttato via chi aveva costruito la manifestazione facendola diventare patrimonio dell’Unesco. Ha allontanato me, Topo Gigio e perfino padre Berardo, snaturando il programma. Aspetto la sentenza, voglio che i giudici rispondano a una domanda semplice: “Chi ha inventato lo Zecchino”?».
Chi l’ha inventato?
«Io. E ne sono stato per 50 anni autore e  conduttore. Lo sanno tutti».
Cino, torniamo a quei tempi. Anzi, partiamo ancora più indietro, dal piccolo Tortorella. Lei nasce a Ventimiglia il 27 giugno 1932.
«Errore. Le biografie sbagliano l’anno. Sono del 1927 e tra pochi giorni compio 1015 mesi».
Scusi?
«Non festeggio più gli anni, solo i mesi. Sono come quel pescatore genovese che mi disse: “Non ne ho più di anni, li ho finiti”».
Buona questa. Che bambino è il piccolo Felice detto Cino?
«Infanzia difficile, papà Felice è morto sei mesi prima della mia nascita e mamma Maria Lucia, da sola, cresce me e mia sorella».
Scuole?
«Il ginnasio e poi l’università, Giurisprudenza. Ad attrarmi, però, è il teatro e faccio le selezioni al Piccolo di Milano davanti a Strehler e Grassi. Vengo scelto tra mille ragazzi provenienti da tutta Italia e vinco una borsa di studio. Mi cambia la vita».
In che senso?
«Mollo l’università, faccio il servizio militare come alpino paracadutista e poi mi dedico a tempo pieno alla recitazione, con il sogno di diventare regista».
Prima esperienza?
«La regia di “Zurlì, mago Lipperlì” con, tra gli altri, Giancarlo Dettori, Nino Castelnuovo e Gianni Magni. Una sera viene a vederci Umberto Eco, allora funzionario Rai, e propone di trasferire lo spettacolo  in tv. Quattro puntate ogni giovedì dalle 17 alle 18 per riempire un mese di palinsesto vuoto. Accetto e avverto gli altri, ma  Dettori, che interpreta il mago, rifiuta. Non trovo un sostituto e, momentaneamente, il mago lo faccio io».
Non cambierete più.
«Funziona e il regista è entusiasta. Allora mi invento un costume, prendendo in sartoria abiti utilizzati da Giorgio De Lullo in un precedente spettacolo, li adatto con una calzamaglia e un mantello e il 3 gennaio 1957 va in onda “Zurlì, il mago del giovedì”. Evento storico per la tv : per la prima volta un programma viene visto ovunque copertura nazionale completa».
Due anni più tardi nasce lo “Zecchino d’Oro”.
«I responsabili del Salone del bambino mi informano di aver ottenuto una diretta tv e mi chiedono di pensare a un programma per bambini. La prima idea è qualcosa di simile a Sanremo, con le canzoni. Così il 26 settembre 1959 nasce ufficialmente lo “Zecchino”. Sa che nel 2002 sono entrato nel Guinness dei primati?».
Per cosa?
«Ho presentato lo stesso spettacolo per più tempo di chiunque altro al mondo».
Urca. Cino, lei è stato il papà di intere generazioni.
«Solo tra i concorrenti sono passati da me più di 3000 bambini».
Allora sfatiamo subito un mistero. Ha mai avuto qualche piccolo vip? Qualcuno sostiene che sia passato da voi Vasco Rossi.
«L’unica diventata popolare è stata Cristina D’Avena. Molti bimbi hanno fatto carriere importanti, c’è chi è diventato presidente di conservatorio, chi direttore d’orchestra, chi soprano. Nessuno, però, famoso».
Lei, anzi Mago Zurlì, sapeva tirar fuori il meglio da ogni ragazzino. Quale il segreto?
«Trattare i bambini come piccoli adulti. Senza bisogno di inutili e stupide vocine strane».
Un protagonista cui è rimasto particolarmente legato?
«Quello che cantava “Popoff”».
Valter Brugiolo, vincitore dell’edizione del 1967.
«Intelligente, spigliato, furbo. Un giorno, per la Festa della Mamma, gli chiedo: “Popoff, come è la tua mamma? Prova a descriverla”. Si concentra, ci pensa. Poi: “Allora, c’è lo scheletro ricoperto di carne. Poi ha due occhi, il naso...”. Capito? Faceva la descrizione anatomica! Ma quella volta delle letterine...».
Cioè?
«Invitiamo i bambini da casa a scrivere un pensierino per raccontare la mamma. Una lettera è rimasta storica: “Mia mamma è grassa, ma io sono contento perché così ho più mamma a cui voler bene”».
Altri momenti da ricordare?
«L’incontro con Papa Paolo VI. Siamo tutti seduti in prima fila, entra il Pontefice e si siede. Serio, con sguardo severo. Mi volto dal bambino che aveva appena vinto lo Zecchino, uno furbo e sfrontato, non ricordo il nome. “Non saluti il Papa? Su, alzati e vai salutarlo. Cosa aspetti?”. Il bimbo prende tutti alla sprovvista, fa tre passi di corsa e atterra sui piedi del Pontefice con un saltello. Lo guarda dal basso: “Ciao Papa!”. E se ne torna al posto, tra le risate di tutti».
Meraviglioso e...
«...senta quest’altra. Andiamo in onda il giorno dopo lo sbarco sulla Luna. Chiedo a un bambino: “Mi sai dire che è successo ieri?”. Racconta degli astronauti, poi si ferma e si fa serio. “Mago Zurlì, ma poi tornano sulla Terra?”. “Certo, perché?”. “Sono preoccupato, perché altrimenti quando la Luna si fa a metà cadono giù!”».
A proposito, ma oggi c’è ancora chi la chiama Mago Zurlì?
«Sì, sono prigioniero di quel personaggio. Se tornassi indietro lo strozzerei: volevo fare il regista e mi sono ritrovato mago».
Il costume  l’ha conservato?
«Ne avevo sette, li ho buttati. Ma lei sa che ho smesso di essere Mago Zurlì a inizio anni ’70? Eppure, per la gente, resto quello anche se ho fatto moltissime cose. Sono stato, tra l’altro, autore e regista di “Chissà chi lo sa”. “Scacco al re”, “Dirodolando”, “Dedalo” per la Rai. Poi ho lavorato ad Antenna 3 e a Mediaset».
 Tortorella, ultime domande flash. 1) Miglior presentatore?
«Gerry Scotti».
2) Musica preferita?
«Mozart».
3) Un film nel quale le piacerebbe vivere una settimana?
«“La vita è meravigliosa”, ho sempre sognato di essere James Stewart».
4) Rapporto con la religione?
«Qualcuno ha scritto che dopo la mia esperienza di premorte sono diventato credente. Non è vero, non ho mai avuto e non ho tuttora una fede certa. Ma sono sicuro che se esiste un Dio mia madre, che certo rivedrò, mi accompagnerà da lui».
5) Ha guadagnato molti soldi in carriera?
«Avrei potuto guadagnarne dieci volte di più. E, comunque, ho devoluto molto con il “Fiore della solidarietà”. La mia vera ricchezza sono i quattro figli».
6) Ultimissima. Se il Mago Zurlì potesse fare un’ultima magia che farebbe?
«Realizzerei il mio sogno. Condurre lo Zecchino con Padre Berardo come ai vecchi tempi e festeggiare la beatificazione di Mariele Ventre, la fondatrice e direttrice del Piccolo coro dell’Antoniano».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

 Scrivete a alessandro.dellorto@liberoquotidiano.it

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