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Il passo poderoso di Terence Hill

"Un passo dal cielo", il successo

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Il passo poderoso di Terence Hill
Dio (e Mauro Masi) benedica Terence Hill. Mister Hill è un signore che con un’eleganza antica galoppa  tra i palinsesti Rai; e - che sia vestito da prete, da cowboy o da guardia forestale - riesce, da anni, a sussurrare all’Auditel e a lisciare il pelo degli ascolti raccontando un’Italia speranzosa e commiserevole ma inesistente in natura. 
Prendete la seconda puntata di “Un passo dal cielo”, che è in pratica un “Don Matteo” laico ambientato tra le montagne di San Candido. É  stata vista da oltre sei milioni di telespettatori, 23,86% di share, e ha vinto ancora una volta la serata nel silenzio totale della critica snob che considera ancora le gesta del vecchio Trinità un prodotto assai banalotto e piccoloborghese. Non che non lo sia, beninteso. “Un passo dal cielo” è una glorificazione di stereotipi e di fenotipi tagliati con l’accetta: la guardia forestale buona che ricorda i fumetti della giubba rossa “Audax” (anni 50); il commissario di polizia napoletano che s’innamora della veterinaria locale dominatrice nelle gare di ballo; il poliziotto biondo di nome Uber che ricorda i carabinieri tontoloni di Pane amore e fantasia; il giovane accusato ingiustamente d’incendiare i boschi; il cattivo, vero piromane, che ammazza il padre per vendere la sua fabbrichetta ai francesi che di questi tempi sono come il prezzemolo. La sagra degli stereotipi, appunto. Ma erano stereotipi malvisti degl’intellettuali anche i romanzi di Carolina Invernizio, i film di Fernandel e Gino Cervi e le battute di Totò; alla fine gl’intellettuali sono evaporati e gli stereotipi -linfa del racconto popolare- sono rimasti. Certo “Un passo dal cielo” non è Montalbano.
Ma è un buon prodotto supportato da un onestissima sceneggiatura e da paesaggi dolomitici da mozzare il fiato e esaltati da funambolismi registici. Hill - nostro imperturbabile mito personale- illumina coi suoi silenzi la recitazione degli altri: Bermani Amaral,  Ianniello, Ricciarelli, Salvi. Attori di cui stride, in una fiction di Bolzano, il terrificante accento romanesco. Possibile che nessuno faccia un corso di dizione, o non si assumano i bravi interpreti locali?
La fiction ha chiuso sui versi di Quasimodo: “ Ed ecco sul tronco si rompono gemme; .. e tutto mi sa di miracolo”. E qui il vero miracolo e davvero Terence Hill

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Commenti all'articolo

  • sberber

    03 Maggio 2011 - 19:07

    ringrazio il signor Specchia per avermi illuminato sui vari utilizzi del termine "fenotipo", ma non mi ha spiegato qual'è l'accezione del termine in ambito mediatico e televisivo. che fenotipo viene "glorificato" e "tagliato con l'accetta" nella suddetta serie televisiva? quello di Terence Hill? immagino che Bukowski, parlando del "fenotipo da bar" facesse riferimento all'aspetto fisico tipico dei clienti; se lei, nella sua recensione, ha usato il termine per indicare l'aspetto fisico tipico dei personaggi rappresentati nella fiction allora ho chiarito il dubbio. io non sono un maestrino dalla penna rossa, riconosco i miei limiti, anche culturali, tuttavia l'abuso di termini non mi va molto a genio.

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  • francescospecchia

    25 Aprile 2011 - 17:05

    Non è solo quwestione di assonanza. Il fenotipo è l'insieme delle caratteristiche di un individuo, cioè della manifestazione della sua costituzione genetica, il corredo genetico. Il termine, traslato nel linguaggio mediatico PERTIENE assolutamenete alle caratteristiche del genere tv. "Fenotipo" non è solo lemma d'uso medico, da anni viene usato in soluzioni narrative diverse. Parlò di "fenotipi" da bar anche Bukowski (come lei saprà, dall'alto della sua cultura, che è anche conoscere l'italiano nei suoi usi e citazioni a 360°, senza fermarsi alla penna rossa dei maestrini...) cordiali saluti fs

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  • sberber

    20 Aprile 2011 - 11:11

    chiederei all'autore di questa recensione se conosce il significato del termine "fenotipo", e di spiegarmi se possibile cosa c'entra un termine riguardante la genetica con gli stereotipi di una recensione. sarà pure che la rima in -tipo trae in inganno, ma un po' di sana cultura non farebbe male a nessuno.

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  • uycas

    20 Aprile 2011 - 09:09

    PErsonalmente non ho visto il tf, i miei genitori hanno detto che non è il massimo ma merita per gli spettacoli della natura. Sinceramente quel poco che guardo di Montalbano è il mare ed il panorama. PReferisco Hill/Girotti nel Gattopardo di Viscontì, quando interpreta il Milanese amico di Manfredi mentre pastura con le donne della famiglia Falconieri.

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