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Da Da Da riscopre Supereman e Dorellik

la tv di genere di Raiuno

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Da Da Da riscopre Supereman e Dorellik

A volte non ci vuole molto a fare della buona tv estiva senza buttarla in vacca: basta una piccola idea, un uso acuto del più grande archivio televisivo d’Europa (le leggendarie Teche Rai) e quattro autori sottopagati ma dalla cultura enciclopedica.
“Da da da” è il programma di Raiuno che riempie il preserale di questi tempi, la quiete prima della tempesta autunnale dei palinsesti. Più che al filone “nostalgia” appartiene a quello dell’antologia di generi: spezzoni di film e programmi tv alla Stracult di Marco Giusti, ma scelti con più raffinatezza. Il programma firmato da Elisabetta Barduagni, è caratterizzato da sequenze ininterrotte di immagini che seguono in ogni puntata “un preciso filo conduttore monotematico, avvalendosi del repertorio sia televisivo che cinematografico”. L’altra sera, per esempio, abbiamo goduto nello spiluccare nella puntata “Eroi di carta” tra i personaggi di fumetti che ci hanno costellato l’infanzia. C’era Superman parodiato dal geometra Maurizio Micheli che si butta dal secondo piano di “A tutto gag”; e da Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo mentre tenta di salvare la fanciulla in pericolo –una giovanissima Marina Missironi-; e da Carlo Pistarino avvelenato a tavola da Antonellona Clerici versione Wonder Woman. C’era Mimmo Modugno agghindato da Mandrake nello stesso periodo, inizi anni ’70, in cui Federico Fellini volendo girare un film sul  mago in marsina andava reclutando David Niven e poi Alain Delon. C’era Jonnhy Dorelli vestito da Diabolik versione Dorellik (con la sigletta che faceva “Arriva la Bomba/se scoppia rimbomba…”) con una perturbante Margareth Lee alle calcagna, roba che a quel tempo sfotteva il pretore di Lodi (era il ’62), magistrato di provincia che assurse alle cronache dopo aver emesso una sentenza contro i fumetti di Diabolik, colpevole, con i suoi delitti, di traviare menti  innocenti. Mentre scorrevano le immagini passava anche il ritratto antropologico d’una nazione.
Ad un tratto è apparso Tex Willer rivisto da Gigi Proietti; e lo Zorro dei telefilm Disney della nostra infanzia (“Zorro ha cavallo di notte colpisci/è la zeta la firma che lasci…”), che s’alternava alla sua versione gay interpretata da Massimo Lopez e a quella del Quartetto Cetra. Poi ha fatto capolino il Sandokan di Kabir Bedi e quello –spettacolare- interpretato da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia che intonavano il canto della perla di Labuan sulle note di “Vitti ‘na crozza”. Per precisare: la tigre della Malesia non è un fumetto, ma un omaggio all’odierno centenario di Salgari. Se ne sono accorti in pochi. Bastano quattro autori rinchiusi nelle segrete Rai per riconciliarti con la Rai.


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