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Quei cronisti tosti che omaggiano il Premio Ilaria Alpi

il premio Ilaria Alpi

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Quei cronisti tosti che omaggiano il Premio Ilaria Alpi
Ilaria Alpi della Rai era una cronista tosta e senza fronzoli, una sorta di Oriana Fallaci con la telecamera. Se non fosse morta ammazzata a Mogadiscio il 20 marzo ’94, in questi giorni avrebbe compiuto 50 anni.

Ad omaggiare il suo tipo di giornalismo (“reportage in aree disagiate”, una volta si diceva “giornalismo di guerra”) c’è il Premio omonimo di Riccione, la cui versione televisiva va in onda su Raitre il 24 giugno e di cui chi scrive è nella giuria tecnica. Ma i servizi di cronisti anonimi che si conficcano nelle costole dell’attualità  continuano a scorrere a loop sia Youtube che sulle rispettive reti di provenienza. C’è quello intitolato “Evasori” di Domenico Innacone che scoperchia il catino purulento dei 150  miliardi di euro annui del “nero italiano” e che scopre che –in media-  nel paese reale nasce un evasore totale ogni 70 minuti (Raitre. Iannaccone un premio di categoria a casa se lo porta sempre...). C’è “Virus s.p.a.” in cui Francesca Nava spara sull’allarmismo delle grandi multinazionale farmaceutiche attorno alle fantomatiche pandemie manzoniane che nessuno ha mai visto (La7 a Exit). C’è “I ragazzi e la rivoluzione” in cui Gian Micalessin, inviato sanamente di destra, s’infila tra gl’incendiari della Rivoluzione della Libia anti Gheddafi (Mtv) . E ci sonopure  molti altri colleghi – Formigli, Capuozzo, Iovene giusto per citarne di tendenza politica opposta – che si occupano dei pasticci della Croce Rossa, dei malati di Alzheimer, dei profughi di Lampedusa, della pedofilia vaticana. E trasformano la tv da mezzo d’intrattenimento ad attizzatoio di coscienze. Questi colleghi, beninteso, fanno solo il loro dovere.

Non sono l’oracolo, ma si sforzano di –come diceva Bob Woodward- dare la miglior versione possibile della verità. Nel baillame degli inchiestasti di mestiere la vera notizia è che ora trovano ufficialmente posto Le Iene (citate all’Alpi con i pezzi dell’ex carabiniere Pellazza), inviate al Premio Alpi dal deus ex machina Andrea Vianello. Non è una novità, però  che il giornalismo e il ritratto antropologico d’una nazione possano esser fatto da non-giornalisti .Ci affiorano i ricordi dello Specchio segreto di Nanny Loy . Ci sovvengono le performance del primo Chiambretti nella Raitre di Guglielmi, vestito da Portalettere che fotografava un’Italia impensabile. E l’eterno Gabibbo carico di inchieste e di querele di cui il papà Ricci diceva: “Tra tanti giornalisti che fanno i pupazzi, almeno c’è un pupazzo che fa il giornalista”…

 

 

 

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