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Dopo I Borgia occorre disintossicarsi con Totò

nuova fiction

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Dopo I Borgia occorre disintossicarsi con Totò
Nella rappresentazione oloegrafica d’un Rinascimento impestato di violenza, sesso esplicito, incesti, sangue a fiotti tra riti stregoneschi e pontefici sul letto di morte allattati come neonati, Rodrigo Borgia della serie “I Borgia” (Sky Cinema, domenica prime time) è un po’ l’Al Capone del Quattrocento. Fa di tutto per arrivare al soglio pontificio: usa i figli “illegittimi” Cesare e Lucrezia contro le famiglie nemiche Orsini e Della Rovere; corrompe minorenni e organizza matrimoni come fossero festini da club privè; commissiona omicidi ed altre amenità. Tanto affanno viene prodotto allo scopo di portare al trono la propria dinastia, approfittando della scomparsa di Papa Innocenzo VIII: un fine, peraltro, che al fetentone riuscirà di perseguire in modo diabolico. Non v’è dubbio che John Doman/Rodrigo sia un cattivo senza ombra di redenzione: un carattere intagliato, però, nel legno di una sceneggiatura abbastanza scontata. D’altronde, non per nulla Tom Fontana, creatore della serie afferma: «I Borgia si muovono sulle dinamiche delle famiglie mafiose...»; e per rendere contemporanea la saga ha investito 35 milioni di budget la cifra più alta per una serie europea. Troppo contemporanea. Diciamolo: questi Borgia -come già avvenne per i Tudors e un po’ per Spartacus, che era però quasi  fumettistico- ci fanno venire un’ansia pazzesca. Sarà che, nonostante le dozzine di film dedicate alla famiglia nefanda, per noi il Cesare Borgia migliore rimane l’Orson Welles dignitosamente sadico del “Principe delle volpi” (’49).

 Sarà che, probabilmente, la serie omonima  già partita su Showtime negli Stati Uniti, diretta da Neil Jordan e interpretata da Jeremy Irons, si rivelerà di tutt’altra fattura. Ma insomma, qui l’affastellarsi di fotogrammi erotico-granguignoleschi a ritmo di mitraglia avvelena (giusto per rimanere nel settore di Lucrezia) la storia. Entri nell’effetto Lsd delle immagini e finisci, ipnotizzato, col non capire più la trama. Insomma uno si ciuccia una puntata intera dei Borgia e dopo, per disintossicarsi gli viene voglia di vedere un film di Totò, o un cartoon dei Simpson...


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