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Siate affamati, siate folli la grande lezione di Steve Jobs

la morte del genio

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Siate affamati, siate folli la grande lezione di Steve Jobs
«Stay Hungry, stay Foolish», siate affamati del mondo, siate folli. Matematico. Ogni volta che Steve Jobe, ill Marcel Proust , o meglio il Siddartha dell'hight tech arringava i fan da un palco, l'andazzo era  quello di un'ordalia. C'era quel scenografia che accoglieva nel buoi la presentazione di iPhone, di un iPod, di un iPad in qualunque tipo di versione (tanto era lo stesso: i  fans andavano in deliquio); c'era il torsolo gigante della mela morsicata - il logo di Apple- sulla capoccia; c'erano cataratte  di algoritmi luminosi che si aprivano  sul giudizio di Dio.

E Jobs, oltre ad essere l'officiante di quella strana liturgia, era di per sè stesso una sorta di religione vivente. Il numero della rivista Wired in edicola  illustra Il Vangelo secondo Steve Jobs in  un servizio impaginato e  illustrato come fosse la vita d'un santo. Ed era vero. In effetti, l'uomo dava  l'idea dell'agnizione: quando Jobs, col solito maglioncino nero,  compariva in pubblico, in noi svaporava l'idea dell'informatico del Wisconsin nato in un garage mentre assemblava pc per gli amici e i genitori adottivi. Ora che Steve Jobs è morto, il mondo ha perso il suo nuovo Leonardo da Vinci e fiumi di inchiostro scorrono e epicedi televisivi s'innalzano e necrologi internettiani ingolfano la Rete. Non staremo a soffermarci troppo sul personaggio, un genio che ha segnato la vita del XX° e del XX!° secolo. Ricordiamo solo tre fatti inconfutabili. Primo: Jobs ha dimostrato che il ciclone del talento puro non può essere imbrigliato nel cursus honorum degli uomini: non si era mai laureato, e a differenza del primo partner Steve Wozniak con cui ascoltava Bob Dylan, non aveva particolari predisposizioni allo studio. Secondo. Ha dimostrato di aver vissuto tre vite ( imprenditore di successo, asceta in India dopo il fallimento, visionario dopo il ritorno trionfale in azienda) e di non averne sprecato nessuna. Terzo. Ha educato i suoi consumatori, imponendo l'idea che la tecnologia potesse coningarsi con la cultura e con l'umanesimo, i numeri con l'estetica, il profitto con il sogno.

Stay Hungry, stay Foolish. Nel web sono già le parole più cliccate...

 

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