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Il sapore "Agrodolce" della soap perduta

chiude a termini la fiction

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Il sapore "Agrodolce" della soap perduta

Brutta, questa storia. Di “Agrodolce” , in Rai, ormai è rimasto solo il titolo, il resto è fiele distillato.
La sospensione della soap “Agrodolce”, il progetto di una vera e propria factory dell’audiovisivo voluta da Giovanni Minoli, fiore all’occhiello della Rai per un sogno industriale siciliano che non è stato, è oggi al centro di un giallo vischiosissimo. “Agrodolce” viene cancellata dal palinsesto Rai sebbene la Regione abbia stanziato ben 25- milioni-25 (Viale Mazzini dovrebbe metterne altri 21, a fronte di 460 puntate di prodotto). Un investimento poderoso. E per il produttore, la Einstein Multimedia di Andrea Olcese e Luca Josi, si tratta d’«un atto masochistico senza apparente motivo» , dato che gli ascolti, nei 25 minuti a puntata per circa 80 mila euro di costo su Raitre toccavano anche il 10% di share. Lì per lì, all’apparenza, sarebbe un’ordinaria questione di sprechi Rai. Se non fosse che, con uno orgoglioso colpo di lombi, il sindaco di Termini Imerese Toto’ Burrafato scrive, con disperazione verghiana, al Presidente della Repubblica sul terribile danno che la dipartita della soap arrecherebbe al territorio: «Mentre Termini Imerese continua a illuminare la cronaca per la vertenza Fiat, si sta consumando un nuovo delitto alla nostra comunità... Centinaia di giovani formati alla nuova industria audiovisiva che hanno concorso, con successo, alla realizzazione di una produzione Rai vedono il loro lavoro scomparire nella più totale assenza di risposte dell’azienda di Stato...». E la missiva sfuma in un doloroso interrogativo: «Com’è possibile che in quest’epoca grigia, di sofferenza economica e di tagli, Rai rinunci a 25 milioni di contributi già impegnati ed allocati dalla Regione siciliana?». Già, com’è possibile che nella geografia fantastica del paese di Lumera -la location della fiction- quel quinto degli ex dipendenti Fiat che s’erano appena riallocati nei set assieme ai 200 lavoranti e all’indotto di 1000 comparse, tornino su una strada? La Rai ufficialmente pone “insidacabili scelte di palinsesto”, oltre che inadempienze contrattuali.
roba alla “Ben Hur”
 La Einstein afferma di aver affidato tutto alla magistratura e depositato richiesta di provvedimento d’urgenza ex art. 700 per «pagamento delle fatture, extracosti e ripresa della produzione della seconda e terza serie». La Rai non ne sa nulla. Da inghippo televisivo il caso Agrodolce si trasforma dunque in un dramma occupazionale e misterico. Ma cosa è davvero accaduto? Gli addetti ai livori -direbbe Dagospia- evocano, in realtà, scazzi ferocissimi tra il demiurgo del progetto, Minoli - che nel 2009 si procurò i fondi regionali, a coronare una “promessa che avevo fatto a Elvira Sellerio” - e la stessa Einstein; che accusa il demiurgo stesso di voler fare “una roba costosissisma, alla Ben Hur”. Minoli casca dalle nuvole: «Figurarsi: il problema erano solo  8/10 minuti in esteri al giorno e 10 extralocation. Mi dispiace da morire. Sono io che ho fortemente voluto il progetto, e con esso la Einstein, nonostante il parere sfavorevole dell’allora direttore fiction Saccà che non la riteneva all’altezza.», punzecchia l’uomo di Rai Storia «e dopo il successo della prima serie ho scritto alla Rai che lo lasciavo volentieri ad altri, ma Masi me l’ha voluto lasciare, anche perchè i fondi siciliani  venivano dalla fiducia nei miei confronti...». Da Einstein la versione è diversa: la Rai avrebbe bloccato i pagamenti, fatture per 5 milioni di euro, all’improvviso, dopodichè stessa sorte sarebbe toccata ad un’altra sua produzione storica “Top of the pop”.
versione di einstein
Naturalmente viale Mazzini si arrocca nel silenzio. Ma dai fantomatici “ambienti Rai” (si dice così quando non v’è dichiarazione ufficiale, e i dirigenti parlano tutti ma con la postilla ahò io nun to’ detto gnente....) emerge che: «è Einsten che ha bloccato la produzione, perchè noi non pagavamo  perchè era venuta meno la polizza fidejussoria. Eravamo arrivati pure a un accordo tranquillo per completare la seconda serie, ma loro volevano soldi per coprire su quanto avevano sforato nella prima. Ma sia Raitre che Raifiction hanno stabilito le loro richieste esose». La fidejussione -  3,7 milioni , a fronte di 1, 8 per la prima serie-  è il punto tecnico cruciale. La sua mancanza, per la Rai, rescinde il contratto. Endemol ribatte che essendo fallita Arfin, la società che prestava la garanzia, ne sono state presentate alla Rai altre dieci  ma nessuna andava bene.
 La Rai fa sapere che «se Einstein riprende la produzione ne riparliamo, sono loro che hanno staccato...». Minoli, si sente la «vera vittima» della faccenda. Gli avvocati rischiano di sovraffaticarsi dal lavoro. Insomma, è un casino, una matassa senza bandolo. Sarebbe il caso di fremarsi un attimo e discuterne...

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