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La grande jattura degli avvocati italiani in tivù

orrori in diretta

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
La grande jattura degli avvocati italiani in tivù
I processi in televisione sono materia infiammabile, soprattutto perché –come diceva qualcuno-“la verità sostanziale e la verità processuale fanno a pugni dai tempi di Edipo Re”.
E la verità processuale riportata in video è un terribile specchio d’Alice. Perché quel che ci colpisce del rosario dei delitti che si sgranano nei palinsesti sotto i nostri occhi, non è tanto la posizione dei presunti colpevoli o innocenti:  da Zio Michè Misseri ad Amanda e Raffaele sono tutti, in fondo in fondo, povere anime,  carne da codice penale, coinvolti loro malgrado come legittimi protagonisti  nel “grande circo mediatico”. Non ci sentiamo di condannarli troppo, dopotutto ne va della loro condanna o assoluzione. Né ci impressiona la posizione dei giornalistici che in fondo, ancorchè morbosetti, la pagnotta se la debbono pur guadagnare. E neppure ci fa specie l’azione pubblica dei magistrati giudicanti, i quali saranno pure una lobby di potere ma quel potere alla fin della fiera sanno esercitarlo (il presidente della carte d’Appello di Perugia che ha motivato la sentenza d’assoluzione della Knox era inappuntabile). Mannò. Quel che ci stranizza, dell’ondata di cronaca nera odorosa di zolfo che invade i nostri salotti è la presenza onnivora degli avvocati.
Gli avvocati, diomio. Degli avvocati italiani dediti alla drammaturgia del delitto catodico non faremo nomi, perché tenere una querela piantata nelle costole è sempre seccante. Eppure la loro presenza è così ingombrante, così diversa da come ci è sempre apparso il legale nelle fiction e nei telefilm. Gli avvocati italiani in tv, specie i difensori nei casi più efferati, ci spaventano. Non hanno la possanza etica d’un Perry Mason, o la capricciosa irrequietezza di Ally Mc Beal, o la tigna del Sebastian Stark, lo “Shark” interpretato da James Woods, cattivo ma con le stigmate del galantuomo. Gli avvocati che fanno il beau geste di  una difesa disperata e priva –formalmente- d’onorario per i peccatori della provincia più sperduta d’Italia  sono, in realtà i veri attizzatoi dell’omicidio comune. Omicidio che, dilatato nel tempo e nello spazio dalle telecamere, diventa un feuilleton da grande ascolto a costo zero.

Gli avvocati spingono i loro clienti spesso quasi analfabeti verso strategie processuali suicide ma adatte alla trama; fanno da portavoce ad istanze che i clienti stessi ignoravano d’avere; annunciano continui colpi di scena ad uso dei tg.  Cannano quasi sempre. Per questo vengono cambiati dai clienti più delle mutande. Ma prima del licenziamento  gli avvocati hanno tutto il tempo di diventare, essi stessi, protagonisti; in grado  di spendere la loro fama per incrementare la mole di lavoro di  studi più o meno avviati. Grazie ad ore ed ore di pubblicità gratuita,  un comune azzeccagarbugli che finisce in tv (uno di loro, ad Avetrana disse: “Io funziono in video, io buco lo schermo…”) può magicamente trasformarsi in un principe del foro. Gli avvocati in video creano dei sottogeneri ancora più terrificanti: il criminologo con barba, la criminologa gnocca, l’antropologo, il perito generico, il perito di parte; perfino lo psicoterapeuta, il colonnello dei Ris in pensione, il giornalista costretto dalle circostanze ma con attenuanti generiche –compreso chi scrive- sono, indirettamente, loro sottomarche.

Molti degli avvocati forniscono disinvoltamente il materiale da voyeur alle televisioni. Per dire: dagli avvocati è trapelato il  filmato del dialogo nel parlatorio di Taranto fra Michele Misseri e la moglie Cosima, una scena assolutamente irrilevante dal punto di vista penale ma ferocemente invasiva: il top della prurigine per il telespettatore medio.
Certo, essendo spesso degli azzeccagarbugli, i legali del piccolo schermo, quando incappano in un vero principe del foro avvezzo al sottotraccia, vengono asfaltati vivi. E’ bastata un piccola domanda “dove sono le prove?”), un leggero ricorso in Cassazione  del grande penalista Coppi per bruciare mesi d’impianto accusatorio costruito attraverso i giornali e i talk show. Gli avvocati in televisione meriterebbero d’esser schiacciati da una pandetta gigante, insostenibile quanto lo spettacolo che ci offrono.   

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