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Che cosa c'è davvero dietro Santoro (un diavolo di nome Parenzo)

Servizio Pubblico

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Che cosa c'è davvero dietro Santoro (un diavolo di nome Parenzo)
C’è qualcosa di nuovo, eppur d’antico, nella performance del “Servizio Pubblico” che tracima ogni giovedì da un’immaginifica ragnatela di tv che va da Aosta ad Agrigento.
Al di là del contenuto del programma di Michele Santoro (a volte acceso, a volte rivoluzionario, a volte lento, leeento come un dramma di Miller…)  bisognerebbe chiedersi dove sta l’epocale di tutta l’operazione, in questa una sorta di syndication digitale del terzo millennio che sfrutta le potenzialità del digitale terrestre.
Non è tanto che Santoro, col suo 10% di share, rubi ascolti in parte all’ex delfino Formigli a La7, e in parte –ma poco- a Mediaset e Rai. Quello fa parte del santorismo, una sorta di religione catodica con adepti innumerevoli e a volte insospettabili. No. Noi pensiamo che  il santorismo sia a volte torpido ma necessario per la democrazia: discuterne è inutile.  Sarebbe utile, invece, capire dov’è la novità. La novità sta in un’intuizione. Avuta sì da Santoro ma sobillata  da quel genio diabolico di Sandro Parenzo, l’editore di Telelombardia. Il quale è riuscito in un’impresa impensabile, finora: riunire sotto la comune bandiera dell’interesse industriale la frastagliata galassia degli imprenditori televisivi locali da sempre in guerra fra loro, da sempre convinto –spesso col narcisismo dei padroncini- che fosse meglio essere primi in casa propria che a mezza classifica in terra straniera. Per chi, come noi conosce le tv locali (perché ci ha lavorato) , sembrava il sogno d’un pazzo immaginare Montrone, Ciancio, Panto, lo stesso Parenzo e tutti gli altri demiurghi di quella che è chiamata “la tv del sommerso” riuniti sotto l’unica cappella di un programma nazionale, potente, fortemente connotato e trasmesso in simultanea. Soprattutto un programma non di loro proprietà.
Sicchè, fatte due- tre telefonate tra addetti ai lavori, ascoltati i centri media e i raccoglitori pubblicitari, ci siamo resi conto che quel 10% di share di Santoro che, secondo i parametri nazionali brillerebbe d’aurea mediocrità, per la nuova tv espansa sul multipiattaforma rappresenta una rivoluzione mica da ridere. Innanzitutto Servizio Pubblico viene spalmato come mostarda oltre che sulle tv anche sui principali siti web sta facendo letteralmente impazzire i vecchi sistemi di computo dell’Auditel. Con i milioni di clic deflagranti sul web, con la furia montante dei social network, con l’interazione dei telespettatori ormai sempre più in grado d’influenzare i contenuti, ha senso che il destino di un programma sia, oggi, ancora affidato a 5000 famiglie? 5000 highlanders spazianti dalla casalinga di Voghera all’intellettuale del Circeo rappresentano ancora l’utente medio? Uno dice: ma il web deve ancora trovare, pubblicitariamente, il suo modello di business; e le tv locali campano solo di pubblicità territoriale. Tutto vero, per carità.
Ma allora perché tra un “nero” e l’altro di Santoro mi vedo scorrere gli stessi spot che affollano il programmone di Fiorello? E perché i passaggi su Youtube dello stesso programma hanno oramai gli stessi spettatori di un programma di seconda serata medio di una generalista? Sta succedendo qualcosa sotto il cielo della neo-tv. Bisognerà tenerne conto. Comunque la pensiate (come direbbe qualcuno…)

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Commenti all'articolo

  • uycas

    22 Novembre 2011 - 14:02

    il suo avvocato od il commercialista potrebbe ricordargli che non è un piccolo azionista ma un pesce grosso

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  • uycas

    22 Novembre 2011 - 14:02

    boicottiamo il panzer tedesco, facendo l'embargo con i prodotti crucchi a partire dalle WOlkswagen, BMW e Mercedes. poi passiamo ai supermercati discount ed infine non beviamo più birra, con l'aggiunta di un blocco di tutti i loro prodotti farmaceutici

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  • uycas

    22 Novembre 2011 - 14:02

    Dalla legge Mammì si poteva già creare questo tipo di programmazione garantendo un certo numero di ore alla programmazione locale e considerando le percentuali di territorio. Le syndication potrebbero sorgere ed avere moloto successo purché siano continui ed i soci siano economicamente forti oppure abbiano un buon bacino di utenti. PArenzo ha posto le basi per il più importante gruppo di tv locali subalpine ormai diventato Mediapason, che ha assorbito prima canale 6 poi antenna3 (la più longeva tivù locale) e poi ha creato queto grasnde gruppo espandendosi in Piemonte. Soprattutto ha creato programmi di grande successo peccato un pò scaduti negli anni come Iceberg

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