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L'effetto "Grazie zia" sulla Certosa di Parma

la fiction da Stendhal

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
L'effetto "Grazie zia" sulla Certosa di Parma
Sul sito della Rai continua ad essere cliccata, e questo è contro ogni logica; e quindi La Certosa di Parma, la fiction di Cinzia Th Torrini che qualche giorno fa su Raiuno ha trasformato probabilmente il più bel romanzo ottocentesco in un mix tra Beautiful e Grazie zia di Salvatore Samperi ( a suo modo, un capolavoro) merita un commento postumo.
 
Postumo nel senso tombale del termine. Facciamolo in omaggio a Stendhal, e non se ne parli più. Dunque. Ciò che, allo spettatore attento, della suddetta fiction salta subito all’occhio non è tanto la vicenda di Fabrizio Del Dongo, che viene educato sentimentalmente dalla zia duchessa Gina Sanseverina “la più bella della corte di Parma” , che ammazza un rivale in amore e scappa e viene incarcerato e fugge nell’Italia napoleonica degli intrighi e dei tradimenti. E non è neanche l’intreccio del racconto con un Conte Mosca cornutone al servizio del principe, e col principe che vorrebbe attentare alla virtù della zia marchesa e con la zia marchesa che anela al corpo del nipote aspirante seminarista, aspirante rivoluzionario, aspirante eroe ecc. E non colpiscono, dell’architettura narrativa, neppure i dialoghi: “Duchessa non riesco ad immaginare Parma senza la vostra presenza”; “il piacere del potere non è paragonabile alle tenerezze dell’amore”; “ho avuto la sensazione che avesse avuto un coltello mi avrebbe ucciso”, “in quel caso mi avrebbe perduta per sempre…”. Quel che nella Certosa colpisce è soprattutto  la notevole quantità di natiche. Natiche levigate dalla schiuma di una vasca, natiche avvolte da culotte sadomaso, natiche semplicemente al vento. E anche di tette: tette aristocratiche, tette tronfie di guitte da strada, tette quasi materne nei letti di nobili cinquantenni privi –ahimè- di Viagra.  Sebbene possa apparire il contrario, culi e tette non sono incongrui alla trama.  Stendhal non c’entra niente, qui è uno che passa per caso. Però la fiction rivista dalla Th Torrini nello stile Elisa di Rivombrosa ma molto più sexy i culi e le tette sono esteticamente congruissimi. D’altronde del Dongo ossia l’attore Rodrigo Guirao  recita come un tavolo in palissandro ma assomiglia in modo impressionante al Ken della Barbie; e la figlia del generale possiede l’acerbo appeal di Gloria Guida da giovane; e  la zia Marie –Josée Croze tende ad anabolizzare i pensieri, specie quando esce dalla vasca da bagno come Edwige Fenech. Il tema della tensione incestuosa zia/nipote che nel romanzo assume una dimensione drammaturgica, qui rende la storia scivolosa come una soap.  Il conte Zucca, il cornuto, ad un tratto, parla di “melanconia del tempo che passa”: la stessa senzaione dello spettatore…


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