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Le quattro banche salvate ora fanno gola ai colossi stranieri della finanza

FRANCESCO DE DOMINICIS
FRANCESCO DE DOMINICIS

A Libero dal 2007, è in forza alla redazione di Roma dove si occupa di economia e soprattutto di banche. Il nome di questo blog, Baraonda bancaria, è ripreso dal titolo di un libro scritto nel 1960 da Alberto de' Stefani nel quale l'autore racconta la sua esperienza nel salvataggio del Banco di Roma negli anni 20: è la storia di intrecci politici e gestioni fuori legge. Dopo un secolo, nell'industria finanziaria italiana, non sembra cambiato granché.

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Francesco De Dominicis twitter@DeDominicisF II banchiere Roberto Nicastro ha detto che qualche offerta è già arrivata sulla sua scrivania. Dall'Italia e dall'estero. Anche se l'ex direttore generale di Unicredit non si è sbilanciato e per ovvie ragioni tattiche tiene le carte coperte. Le nuove banche nate il 23 novembre dalle ceneri di Chieti, Etruria, Ferrara e Marche saranno messe in vendita nel 2016: ripulite dalle perdite e dalle sofferenze sono diventate quattro gioiellini. L'asta, ha spiegato il presidente delle quattro new bank, dovrebbe svolgersi a febbraio. I tempi sono stati giudicati troppo stringenti dal presidente dell'Abi, Antonio Patuelli. Difficile, pertanto, che gli italiani possano farla da padrone in questo inedito shopping bancario, frutto del nuovo assetto regolamentare imposto dall'Unione europea con la direttiva sul bail in. La vetrina messa a punto dalla Banca d'Italia col «fallimento pilotato» chiamato risoluzione dei quattro istituti di credito potrebbe dunque essere affollata di investitori stranieri. Fondi, in particolare. Nei giorni scorsi l'agenzia Bloomberg ha fatto circolare qualche nome: si tratta di Apollo Global Management, Centerbridge Capital Partners e Anacap Financial Partners. Le valutazioni sono per ora in una fase preliminare e non è detto che si traducano in un'offerta concreta. L'Italia potrebbe dire la sua con Ubibanca che, secondo fonti sindacali, sarebbe interessata alla nuova Cassa di risparmio di Ferrara. Mentre a Cariparma, che è di proprietà dei francesi di Credit Agricole, farebbe gola nuova Banca Marche che piace anche agli stranieri in pista anche per Etruria. I giochi, tuttavia, sono più che aperti e c'è da aspettarsi anche qualche altro ingresso nelle file dei pretendenti. Quel che appare scontato 6 il disinteresse dei due principali colossi del nostro Paese, IntesaSanpaolo e Uni-credit. E tutto il fronte delle popolari, con l'eccezione di Ubi che ormai è una spa a tutti gli effetti, è occupato su altri fronti, tra addio al modello cooperativo e fusioni obbligate. Il valore delle quattro banche è ancora da definire, ma la stessa Bloomberg ha avanzato l'ipotesi di un miliardo di euro complessivo. Il ricavato della vendita - che potrebbe avvenire anche sulla base di offerte combinate su più banche oppure su alcuni asset - finirà nelle casse del Fondo di risoluzione di Bankitalia. Fra gli addetti ai lavori cresce la convinzione che il Fondo avrà un ruolo cruciale il prossimo anno con altri istituti in crisi. Domenica il governatore Ignazio Visco, in più di un passaggio della sua ospitata a Che tempo che fa su RaiTre, ha fatto capire che il livello di attenzione a via Nazionale è altissimo. «Ci sono banche che devono mettere a posto la loro struttura organizzativa, devono fare attenzione crediti deteriorati, alzare il capitale, se non ce la fanno devono essere acquistate» ha spiegato l'inquilino di palazzo Koch. Più esplicito, sabato, il vicedirettore Luigi Federico Signorini, il quale ha ammesso a La7 che altri casi critici esistono: il sistema bancario italiano «è solido», ci sono «pochissime Etruria». Saranno pure poche, ma ci sono. Tutte le operazioni di salvataggio, a partire da gennaio 2016, saranno gestite con le regole sul bail in, lo schema applicato per Chieti, Etruria, Ferrara e Marche secondo cui in caso di fallimento le perdite degli istituti sono coperte «internamente» col contributo di azionisti, obbligazionisti e correntisti con depositi superiori a 100mila euro. Sotto questa soglia c'è la protezione dei fondi interbancari. Fondi che l'Unione europea vorrebbe mettere sotto un unico cappello di garanzia unica. Ma la Germania punta i piedi: Berlino, che ha salvato le sue banche con oltre 200 miliardi (in arrivo anche da altri paesi), non vuole farsi carico di eventuali interventi su istituti «stranieri». Ieri l'ennesimo stop tedesco. Secondo la Bundesbank al momento «non sono ancora stati adempiuti i presupposti necessari per una comune garanzia dei depositi europea». La banca centrale della Germania ha ribadito il proprio scetticismo nei confronti di una rapida realizzazione di quello che sarebbe il terzo pilastro dell'Unione bancaria europea: «Presupposto decisivo per la comune garanzia dei depositi è ridurre il rischio delle banche».

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