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Complimenti per la trasmissione

Teo in The Box un viaggio un tantino narcotico

Il nuovo programma di Raitre non s'attaglia a Teocoli

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Teo In The Box

Uno strano viaggio

E’ capitato anche a Jack Lemmon o a Walter Chiari di arrendersi a brutti copioni (mai a Totò, in quel caso s’arrendeva il copione…). E’ comprensibile, quindi, che anche l’eclettico Teo Teocoli, il Jim Carrey italiano degli anni 80/90, posso inciampare in un format dalla vocazione narcotica.

Teo in the box (Raitre, sabato prime time) versione italica del tedesco Host in The Box è un programma factual sulla carta abbastanza originale. Infilanoun attore vip carico di curiosità e senso d’improvvisazione in uno scatolone di legno e lo mandano in giro per il mondo a sua insaputa, così, registrando l’effetto che fa.  “Non so mai dove spediranno, cosa incontrerò, cosa farò, oramai sono in ballo…”, spiega Teo con voce un po’ rotta nella sigla. Dopodochè apre la sua cassa è si ritrova su una nave  da crociera lunga 360 metri  con promenade interne, piscine intasate da crocieristi che giocano a pallavolo, ascensori scintillati strappati agli hotel di Las Vegas. “Is a boat?”, chiede Teo visibilmente sconvolto a una Stewart nero grosso come una cabina-armadio. La cabina-armadio dice “Yes” e gli schiude un mondo per ricchi aspirazionali, roba all’apparenza fantasmagorica ma in realtà d’una tristezza infinita che affoga, appunto, la sua presunta originalità. Aldo Grasso lo ha accostato giustamente a Una cosa divertente che non farò mai più, il reportage antropologico che Harper’Bazar commissionò a David Forster Wallace nel ’97. E a me l’espressione congestionata di Teo –che commenta ad intermittenza la sua esperienza dalla scatola illuminata da una lampadina- ricorda pure il Fantozzi prigioniero di una vacanza-premio che confonde il tiro al piattello col tiro ai natanti. Ma il brivido si ferma alla citazione. Tutto il resto è noia, come diceva il poeta. Teo con la hostess Sofia belloccia che parla sei lingue (“Come me, solo che io parlo di dialetti”, gigioneggia Teo) che invita il nostro eroe a fare il lavapiatti nel ristorante da 6000 coperti (“Sembra la Caritas”); Teo che canta Volare, visita l’infermeria e la lavanderia; Teo che guida la navona “senza specchietti retrovisori” verso l’America; Teo che non cucca nonostante l’immenso spazio dedicato ai single che questo cimitero dei sogni galleggianti possa offrire.

No ritmo, no party, no programma. Io, tra l’altro, avrei speso di più per i montaggisti. La colpa non è di Teocoli che è un professionista dalla meticolosità che non diresti (roba diversa dall’improvvisazione sul nulla, non è Fiorello). Teocoli, tra l’altro, a 70 anni pare aver trovato una sua vena drammaturgica che qui stona. La colpa non è di Teo, ma di chi ce l’ha mandato…

 

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