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Complimenti per la trasmissione

Pequeños gigantes, l’ennesimo deja vu dei bimbi perduti

Il nuovo ritrito talent per ragazzini

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Pequenos Gigantes

Troppo piccoli per lo show

Ma davvero la tv italiana aveva bisogno dei cantantini “Michael e Pierangelo” accompagnati da Attilio Fontana alla chitarra? O del piccolo Gaetano aspirante barbiere che intasa di schiuma Rudy Zerbi e poi si perde nelle candid camera come Pollicino nel bosco? O di Giorgino, anni 4 (l’età di mio figlio: io avrei chiamato i carabinieri…) costretto dal copione ad immaginarsi il suo matrimonio in prova con Belen, la quale consuma il suo tempo di confusa conduttrice a scambiare battutine acuminate ed imbarazzanti con l’ex Stefano De Martino?
Ma davvero per Maria De Filippi, stavolta dietro le quinte, c’era l’impellente necessità di produrre Pequeños gigantes (Canale 5, prime time), la copia di mille riassunti? Pequeños gigantes. Ovvero l’essenza stessa del deja vu senza costrutto, un format con protagonisti bimbi dai 4 ai 12 anni spinti ad esibirsi nelle varie discipline dello spettacolo: canto, ballo, recitazione e persino telequiz, dove una vaporosa truppa di minorenni, alla “prova delle foto”, scambia Barak Obama per Panariello e William e Kate per vigili urbani. Ma fosse solo quello. Pequeños gigantes rispetto a Ti lascio una canzone rispetta magari di più lo spirito dell’infanzia. Ma ha molte pecche. Ritmo di una lentezza esasperante per lasciare scivolare il programma nella notte; Belen ingessata nel suo ruolo spagnoleggiante in lite con l’ex che fa il coach; le squadre ispirate ai nomi del cinema – “I Fantastici 4”, “Gli Incredibili”, “I piccoli guerrieri”- con meccanismi di voto mutuati da Amici e giudici ubiqui (Kledi, Rudy, Amendola, giurato per la terza volta in un anno); i giudizi immersi nella melassa, e forse è anche giusto: l’eliminazione in gara per un ragazzino di cinque anni non è esattamente un toccasana, a meno che il genitore non sia l’Anna Magnani di Bellissima.
Il programma, più che Bravo Bravissimo, cita The Winner Is, altro esperimento prodotto da Fascino quattro anni fa, che affondò nella sua mediocrità. Questi ragazzini mi ricordano- non so perché- i bimbi sperduti di Peter Pan. Unica nota positiva: l’ascolto, share 18.63%, ha battuto quello di Così lontani così vicini, 10.94%. Ma, onestamente non è un buon motivo per continuare ad ostentare i figli come vessilli dei propri sogni perduti (la colpa, in fondo, è dei genitori che ce li mandano)…

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