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Complimenti per la trasmissione

Forever, la fatica di essere immortali

Il telefilm Mediaset coll'odore di eterno

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Il dottore immortale e socia

Forever

Il tocco narrativo più goffo era, onestamente, la ciclicità assurda della sua morte da immortale.

Perché il dottor Henry Morgan non è un Highlander qualsiasi, che gli si mozza le testa e finisce lì. No. Che finisse ammazzato da un archibugio su una goletta schiavista del 700 (tra l’altro, di proprietà della sua famiglia, a sua insaputa) ; o impiccato in un manicomio londinese vittoriano; o fatto a pezzi, in attentati nella metrò di Manhatthan, l’attuale medico legale della polizia di New York resuscitava sempre allo stesso modo: nudo, e dalle solite acque dello stesso lago ghiacciato, metafora ardente di una placenta metafisica. Fortunatamente l’innesco del plot di Forever (domenica, Mediaset Premium Crime, prime time), abbastanza idiota, è stato abbandonato dopo le prime puntate. E via via, si è sbriciolata anche la struttura thriller/fantasy tutt’attorno, con un altro immortale chiamato Adamo (sic) che lo cercava nei posti più impensabili per rivelargli il segreto della sua maledizione. Ossia quella vita eterna che ha spinto il dottor Morgan ad indagare sui cadaveri per ricercare, come l’Herbet West di Lovecraft o il dottor Frankenstein, l’interruttore della morte terrena. Oggi, stabilita con lo spettatore la convenzione dell’eternità senza una ratio, il dottor Morgan può permettersi il lusso del whodunit, dell’investigazione classico deduttiva. Col ridotto cotè dei flashback che lo proiettano nei ricordi (tra i nazisti, o negli anni 70, o nell’Europa delle tisi priva di vaccini).

A fargli compagnia,oggi, svetta il figlio Abe che Morgan adottò da un campo di concentramento in Germania e che ora è più anziano di lui. E la fascinosa detective Jo Martinez (un sottovalutata Alana de la Garza) che sta a lui come Teresa Lisbon sta a Patrick Jane in The Mentalist. Anzi, parliamoci chiaro. Con i suoi killer psicotici e delitti impossibili all’apparenza, Forever è una sorta di plagio misterico di The Mentalist. Con il protagonista, Joan Gruffud, che veste sempre con abiti griffati e sciarpe elegantissime, e che vanta un humour piacione, una logica alla Sherlock Holmes e un’onniscenza imbarazzante. «Bisogna aver vissuto molte vite per sapere quello che sai tu...», gli dicono. «...Oppure una vita molto lunga», risponde lui, sornione. In Usa il telefilm è stato chiuso. Alla faccia dell’immortalità. Consiglierei di goderne in Italia il cazzeggio poliziesco, finchè possibile...

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