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Complimenti per la trasmissione

Mr.Robot una (bella) e inquietante rivincita dei Nerds

La nuova serie tecnologica di Mediaset

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Mr. Robot

Occhio all'hacker

«La vita non è un codice binario...», è in questa frase che Elliot Alderson -profilo affilato, sguardo un tantino schizoide, felpa con cappuccio perennemente calcato su un cervello in ebollizione- esprime tutta la poesia sociopatica di Mr. Robot (Mediaset Premium Stories, giovedì prime time).

La frase viene rivolta, in questo drama- thriller pluripremiato e insufflato da allegra disperazione, dal protagonista, esperto di cyber sicurezza di giorno e stalker telematico di notte, proprio a tal Mr. Robot (un inquietante Christian Slater), ossia il capo di un’organizzazione clandestina di hacker che ha come scopo la cancellazione mondiale del debito dei Paesi poveri, roba da far impazzire Christine Lagarde, la Fed e tutti i mercati finanziari dominati da «una massa di stronzi». Il tema è un classico.

Pure Elliot è un nerd classico. Oltre ad essere una silente e immaginifica calamita di sfighe. Gli è morto il padre che lo picchiava per una leucemia causata da una multinazionale; vive in un posto fetente e si nutre a morfina; fa sesso con una drogata a sua volta stuprata dal suo pusher; l’unica sua amica è una collega che sta con uno che fa il simpaticone ma va a mignotte; e si apre a monosillabi soltanto con una psicologa che ne raschia la personalità disturbata («Nessuno può sapere che cos’è l’odio finché non si odia sè stessi»). In compenso, Elliot usa le proprie abilità da Mozart informatico per sopprimere sulla tastiera i destini di ristoratori pedofili, loschi uomini d’affari, padri di famiglia con doppia vita oscura. Il suo arruolamento nella fsociety, tra i giustizieri del web,  avviene nello scassatissimo Luna Park di Coney Island- dove nel ’79 Walter Hill ambientò I guerrieri della notte, a cui Mr. Robot deve molto-, tra hacker in stile Anonymous e frequenti conati di coscienza.

Scrittura straordinariamente claustrofobica, regia understatment ma senza una sbavatura, attori in palla con Rami Malek -Elliot- che spicca soprattutto nei dialoghi  con sè stesso. Il tema, ripeto , è un classico:  i social media e i computer si intrufolano e possono cambiare radicalmente il corso della tua esistenza.   Un argomento ritrito, certo,  dal film Nemico Pubblico (anno ’98) al telefilm Person of Interest. Ma qui diventa distillato narrativo perfetto. L’unico neo: Elliot giudica le persone dal loro smartphone, chi usa il Blackberry «è uno sfigato». Io lo uso . Parliamone...

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