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Complimenti per la trasmissione

Agli italiani in India preferisco Sandokan

Il programma sugli emigrati di seconda generazione

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Saluti da Calcutta

Italiani Made in India

La mia idea dell’India è abbastanza banale. Si ferma ai romanzi di Salgari, ai viaggi mai fatti davvero della Beat Generation, o, al massimo,  al film The millionaire di David Boyle: paesaggi esotici, un popolo immerso nella sfiga ma dotato d’allegra intraprendenza, personaggi simpatici ma non irresistibili.

Un’idea abbastanza stereotipata –lo ammetto- di un grande popolo. Ma guardando Italiani Made in India (Real Time, mercoledì, seconda serata) non ho, a dire il vero, cambiato opinione. E non  perché il suddetto sia un programma malfatto, tutt’altro: regia ottima, produzione ricca, ritmo adeguato per un docureality che invia un gruppo di giovani indiani di seconda generazione alla ricerca delle proprie radici, in un viaggio a ritroso cadenzato “da Calcutta a Mangalore fino a Mumbai” passando da Punjab al Rajasthan, alla confusione metafisica di New Delhi. Il problema non è il plot. Sono, paradossalmente, i ragazzi protagonisti: Aroti, Dolly, Gagandeep, Gagan Padda, Mandeep e Margaret. Ognuno con una storia tristissima dietro le spalle, che riverbera proprio del mesto stereotipo che ho degl’indiani.  Margaret, 29 anni, in arrivo dall'entroterra genovese dopo l'adozione  è una che dice “belan” - intercalare ligure storpiato  come sentire il Gabibbo sul Gange-  e vuole rinascere qui e riscattare un’infanzia probabilmente non appagante. Gagandeep, diciottenne di Latina aveva un padre violento morto giovane; e i suoi stessi  parenti l’hanno massacrato nel momento in cui ha fatto coming out. Aroti di Milano non solo è stata adottata a nove anni; poi la madre adottiva l’ha abbandonata, il padre si è ammalato e il fratello si è impiccato. Dolly di Bergamo è figlia di genitori sprofondati nella crisi economica. Insomma. Ce ne fosse uno, di ‘sti ragazzi, affetto da condizioni mediamente agiate, vincitore di borsa di studio,  chessò figlio di un’Italia della bella accoglienza e del meritato successo. Qui conta, per suscitare la commozione del pubblico il portato tragico, il pregresso luttuoso, il passato da buttarsi inevitabilmente alle spalle. Sulla schema del già rodato Italiani Made in India, insomma il viaggio s’intreccia sui sentimenti, sulle emozioni che proprio ti aspetteresti dall’India.  Che oggi è la terra delle grandi innovazioni, delle politiche conflittuali, dell’estenuante bagarre sui Marò.

Non è male, Italiani Made in India. Però, a questo punto, preferisco Sandokan…

 

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Commenti all'articolo

  • MarioVilla

    27 Giugno 2016 - 21:09

    ..forse con disprezzo ciò che questi ragazzi hanno vissuto, non è affatto bello. Giudicare un programma basato sul ritorno alle origini in questo modo non è proprio da Signore ne tantomeno da giornalista. Una caduta di stile che poco importerà allo stesso e a Libero, ma daltronde Signori si nasce...

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    • francescospecchia

      28 Giugno 2016 - 21:09

      Primo: io ho espresso un'opinione, rispettosa quanto la sua. Se dico che il programma è ben fatto ma molto astuto nella sceneggiatura, me ne assumo completamente la responsabilità. Secondo: non c'è alcuna intenzione di offendere popoli, e lei nel sottintenderlo è in malafede. Terzo: sulle "incongruenze" , una ad una, è stato già risposto. Quarto: io non giudico le vite, giudico il prodotto

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  • MarioVilla

    27 Giugno 2016 - 21:09

    Spettabile Libero, è' davvero incredibile come sia possibile che una testata conosciuta come la vostra, permetta a certi "giornalisti" di scrivere articoli di questo genere. Difficile non restare basiti di fronte a questa riluttanza non solo nei confronti di un paese ma anche verso dei ragazzi, ma ancor prima delle persone che nonostante ciò che la vita gli ha offerto, sono lì, di fronte ad una telecamera a raccontare nel proprio intimo la loro vita. Non mi soffermo sugli errori cine-geografici e sul discutibile modo di scrivere il pezzo, perchè qualcuno ha già fatto notare quante incongruenze ci sono in questo articolo; preferisco spendere il mio tempo per cercare di capire come sia possibile permettersi di giudicare senza titolo ne conoscenze le vite dei protagonisti di questo docu-reality. Premesso che, spettatore o giornalista che sia, sarebbe più che legittimo giudicare/criticare/approvare ciò che uno dei protagonisti fà o dice, ma trovo alquanto fuoriluogo il modo di giudicare le "tristi" vite di questi ragazzi. L'autore di questo pezzo entra nel dettaglio (anche sbagliando), giudicando quanto questi ragazzi non siano "affetti da condizioni mediamente agiate, vincitori di borsa di studio, chessò figlio di un’Italia della bella accoglienza e del meritato successo". Mi viene da sorridere e dire "Beato lui che evidentemente ha avuto tutto questo e può dunque permettersi di guardare dall'alto al basso queste storie, queste vite e questi ragazzi hanno vissuto...

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  • MarioVilla

    27 Giugno 2016 - 20:08

    ...sono lì, di fronte ad una telecamera a raccontare nel proprio intimo la loro vita. Non mi soffermo sugli errori cine-geografici e sul discutibile modo di scrivere il pezzo, perchè qualcuno ha già fatto notare quante incongruenze ci siano in questo articolo; preferisco spendere il mio tempo per cerca di capire come sia possibile permettersi di giudicare senza titolo ne conoscenze le vite dei ...

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  • umalal

    27 Giugno 2016 - 19:07

    Se si fosse fermato a <<La mia idea dell’India è abbastanza banale>>, l'articolo sarebbe stato più interessante. Per inciso: New Delhi, non New Dehli.

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