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Complimenti per la trasmissione

Viva Mogol! La Rai bella e un po' paracula

il programma sul paroliere

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Viva viva viva Mogol

Giulio e Giletti

L’emozione non ha voce, cantava Celentano. Eppure sono proprio le voci – molte, inimitabili e, soprattutto, famosissime- a rendere l’assai astuto Viva mogol (Raiuno, sabato, prime time) un successo nazionalpopolare che, delicatamente, sconfina nel servizio pubblico.
Giulio Rapetti in arte mogol, il “poeta” della canzone italiana come lo esalta il morbido conduttore Massimo Giletti è un personaggio divisivo,può piacere o non piacere. Ma le canzoni di mogol-battisti, la loro idea di coppia immortale che cavalca insieme come in un film di John Ford e poi sfuma nelle meschinerie degli uomini, sono uno dei topos letterari dell’Italia degli ultimi 50 anni. Ovvio, quindi, che se prendi Ranieri e Ramazzotti o Cocciante o Sangiorgi o Arisa o Morandi o Edo Bennato e fai loro intonare le cover di Mogol; be’, i sorrisi s’accendono, gli applausi salgono, le emozioni crepitano. E la share sale al 23,57 %, infilzando il diretto concorrente su Canale 5, Tu si que vales . Aggiungete alla ricetta tranche de vie dimenticate, come le lettera che mogol scrisse a battisti in ospedale di cui dà una testimonianza un medico in collegamento dall’argentina (battisti la lesse, e si commosse, ricorda il dottore). Glassate il tutto con la lettura di Claudio Santamaria di una lettera inedita che Adriano Celentano pensò per lucio; e poi la potente interpretazione da parte di Loredana Bertè de L’arcobaleno che proprio Celentano cantò alla morte di Lucio che “era il Giacomo Puccini della musica pop. Era talmente avanti che, quando noi arrivavamo lui era già partito”, suggerisce Rita Pavone. Otterrete un minuzioso gioco ad incastri narrativo, con quel carico di nostalgia paracula che avvolge i ricordi di almeno tre generazioni, le stesse dei programmi di Paolo Conti, lo zoccolo duro e invincibile del pubblico di Raiuno. E mentre la telecamera inquadra i volti che cantano le canzoni di Battisti appunto – ci manca solo la chitarra, il fuoco sulla spiaggia e la gente che pomicia- a godere, visibilmente, più di tutti è proprio Giletti: abbraccia gli ospiti uno ad uno, fa il karaoke, “chiamale se vuoi emozioni, come diresti tu, eh maestro?” chiede a Mogol, l’unico che ancora non è entrato nella parte del suo epicedio da vivo. Chiude un ottimo Cristicchi sulle note di emozioni. Nulla di nuovo. Ma avercene…

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