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Complimenti per la trasmissione

I Medici e il trionfo della Rai di Bernabei

Pro e contro della serie "internazionale" di Viale Mazzini

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Medici di famiglia

Dustin Hoffman /Giovanni de' Medici

Medici di famiglia, è il caso di dirlo. Sulla clamorosa vittoria della fiction Medici: Masters of Florence di Raiuno nella partita degli ascolti (7.143.000 spettatori e 31.08% di share, dati rari, da finale di Champions, oramai), mi suggeriscono un titolo infiammabile: «la vecchia Rai di Bernabè batte la nuova Rai di Campo Dall’Orto». E un po’ ci sta.

La Lux Vide del compianto Ettore -storico patron della Rai dei miracoli- (con Big Light Productions e Wil Bunch) è infatti il produttore del sontuoso sceneggiatone firmato da Frank Spotnitz e Nicholas Meyer che ha avviluppato le famiglie davanti al piccolo schermo, e che sta ridando ossigeno, attraverso la narrazione del nostro Rinascimento, ad una tv di Stato sempre più in imbarazzo di spesa e di audience. L’operazione Medici è stato un colpo di lombi ciclopico degno delle migliori produzioni Sky, specie dal punto di vista del marketing. Presentazione luccicante a Palazzo Vecchio; cast internazionale con Dustin Hoffman/Giovanni de’ Medici come testimonial pregiato; Renzi che fa la guest star insufflando il dubbio che anche i signori di Firenze, in fondo, avrebbero votato “Sì” al referendum. Il risultato ha premiato l’imponente sforzo produttivo: e così il pubblico ha recuperato le radici del nostro romanzo storico, e dal settimo piano di viale Mazzini, dopo le ultime estenauanti défaillance (vedi Veltroni, e Politics) finalmente sboccia qualche sorriso. Qualcuno afferma che, da questo momento, la Rai che ha inforcato il modello narrativo delle grandi produzioni internazionali non sarà più la stessa. Forse è un tantinello esagerato.

Per tre motivi. Primo: perchè alla grandi produzioni esportabili all’estero -vedi la Bibbia-, specie ai polpettoni del cuore e dello spirito, la Lux c’è abbastanza abituata. Secondo: il modello narrativo qui, si diceva, non è Downtown Abbey o Il Trono di spade, anche se il protagonista Richard Madden/Cosimo è lo stesso, e in alcune espressioni ti sembra di vedere lo sguardo intenso e gonfio di mascara di Robb Stark. No. Il modello narrativo qui, appunto, è quello degli «sceneggiatoni» dei tempi Rai di Bernabei, come I fratelli Karamazov, La Freccia Nera, La Cittadella, Il Mulino del Po. E cioè: regia solida ma senza sprazzi sperimentativi (l’inquadratura più ardita è quella a piombo che parte dal buco della cupola del Brunelleschi e s’inerpica verso il cielo alla fine del secondo episodio). Ma pure dialoghi classici magari senza scintille e un po’ appesantiti dal tempo: quello tra Cosimo e il padre Giovanni sul destino del figlio deciso dal padre, o quello di Cosimo sulla bellezza con l’amante Myriam Leone . E poi una sceneggiatura sicuramente scorrevole, ma al tal punto che talora inciampa in qualche buco: quando, ad esempio, Filippo Brunelleschi interviene, comicamente, dal nulla a sbeffeggiare il nugulo d’architetti che s’accapigliano al capezzale della cupola della cattedrale come nella canzone di Bennato Dotti, medici e sapienti. O quando il cardinale Orsini lascia aperta,  giusto sul chiostro e allo sguardo di Cosimo , la porta della propria camera da letto, mentre il suo ragazzotto-amante sta giusto rimettendosi a posto la patta: e quale occasione migliore per ricattare l’alto prelato in sede di Conclave?: «Penso a una cosa cattiva per ottenerne una buona...», dice Cosimo, astutissimo ma con la morte nel cuore, al fratello Lorenzo. E dunque, con una struttura narrativa di tal guisa, arriviamo al terzo motivo per il quale non esiste una vera e propria rupture coi modelli del passato, ma semmai un’adesione assai filologica all’agiografia medicia, a cominciare dal libro di Matteo Stukul (dovrebbero essere previsti anche gli spin offi su Caterina e Lorenzo de’Medici). Anzi, qua il «modello italiano» si mangia tutte le innovazioni drammaturgiche che siamo abituati a sciropparci negli ultimi dieci anni di serie americane. Gli unici esprit sperimentali nei Medici sono il ricorso continuo ai flashback -“vent’anni prima”- e le tette di Myriam Leone, l’uno e le altre apprezzabili a fasi alterne. Ciò detto, non è affatto acclarato che tutto questo sia un male.

Anche chi - come il sottoscritto- è avvezzo allo sguardo critico dell’insieme, deve ammettere che, alla fine delle puntate, ti vien voglia di sapere se la nuora di Cosimo morirà per aver ingollato per sbaglio un vinello alla cicuta, o se il Papa reclamerà un compenso per aver fermato la guerra tra Firenze e Milano; o  se l’operaio caduto dall’impalcatura della Cattedrale ha davvero la peste nera o s’era fatto di qualcosa e la sua piaga sotto l’orecchio è il lascito di un tatuatore ubriaco. Intanto e nonostante tutto, godiamoci un successo della Rai...

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