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Complimenti per la trasmissione

Tutti i miei dubbi filologici su C'era una volta Studio Uno

La fiction celebrativa della Rai

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C'era una volta Studio Uno

Fictionissima

Nella nostalgia dell’autocelebrazione potevano fare di meglio.

In C’era una volta Studio Uno, lo fiction di Raiuno (lunedì e martedì, prime time) sul varietà che rese la Rai Parnaso della cultura pop, potevano, per esempio, tagliare direttamente le scene della fiction e lasciare quelle del documentario: il balletto su sfondo bianco, l’attrezzeria a vista, gli arabeschi di macchina, le parodie del quartetto Cetra, il Dadaunpa delle Kessler le cui cosce retinate elevavano l’ormone oltre la censura. Studio Uno è stato un mito, il Beaubourg dell’intrattenimento, la darwinizzazione dello spettacolo televisivo. Comprese le repliche, con Mina, lelio Luttazzi e Don Lurio e il resto della banda, ha cresciuto l’immaginario di tre generazioni d’italiani. Per questo si rimane  spiazzati nel visionare le storie e i destini incrociati di tre ragazzotte, Giulia (Mastronardi), Rita ( Del Bufalo) ed Elena (Buscemi) rispettivamente: addetta al servizio oipinioni, sarta dalla voce di velluto e ballerina -senza padre, con madre che adesca toy boys nel bar del convivente-. Tutte figurine ritagliate da un immaginario e dolciastro teleromanzo, Roba che stona con la carica eversiva dello stesso Studio Uno, e del suo patron Antonello Falqui, tra l’altro qui ben rappresentato. Non è che la fiction targata Bernabei -un volontario omaggio a Ettore Bernabei, il Re Sole della della grande Rai del periodo- sia brutta. Ci sono tutti gli elementi del melò: la ragazza che vuole emanciparsi e manda all’aria il matrimonio perchè cotta dell’aiutoregista; l’autoregista che  pomicia  le bluebelle; la ballerina che le aveva tentate tutte per finire nella prima fila; la sartina che corona il suo sogno; la città  ingenua del boom, con le occhiate languide in tram e un traffico decente tra le 600 parcheggiate in via Teulada.

Però  io non ho capito bene l’operazione. Se si voleva fare lo storytelling degli italiani di quegli anni, siamo in linea, ma allora bastava  e avanzava  il  Paradiso delle signore (cronologicamente precedente, ma il succo quello è); però, allora, Studio Uno resta una bella macchia sullo sfondo.

Se, invece, si voleva davvero omaggiare Studio Uno ci si doveva concentrare sui retroscena, sogni e veleni del programma; e magari bastava un bel documentario. La scelta, poi,di riprendere la grandezza di Mina solo di spalle sembra molto americana: ma rende l’idea plastica delle mancanza di coraggio...

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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