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Complimenti per la trasmissione

Jessica Jones uno strano tipo tra sessismi e supereroi

La serie di Netflix

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Jessica Jones

Ragazza ai margini

È estremamente sexy, ma di un sexy slavato e appiccicaticcio.

È una attaccabrighe. E si ubriaca e, quando si ubriaca, va a letto con il grosso supereroe nero che sta dietro il bancone del bar (Luke Cage che piscologicamemte sta messo quasi peggio di lei...). E, smaltita la ciucca, la ragazza si incazza. E sbriciola i muri di cemento e sventra le portiere della auto a mani nude con papponi e truffatori terrorizzati nell’abitacolio. E soffre di una sindrome da stress che le dona un’aria narcoelettica e borse sotto gli occhi firmate da uno stilista di terza fila. No, non è Asia Argento. È Jessica Jones, protagonista dell’omonima serie Netflix tratta dai fumetti Marvel.

Jessica Jones è la terza parte di una quadrilogia superoistica -Daredevil, Luke Cage, il prossimo Iron Fist- ambientata in una New York caliginosa e priva di redenzione. La protagonista, interpretata da una realistica Krysten Ritter è ex superoina costretta al lavoro di detective privata, che si arrabatta tra recuperi crediti, pedinamenti e casi di piccolo cabotaggio. La sua missione non è quella di salvare il mondo -come Superman- , o la sua città -come Daredevil o Green Arrow-; ma solo quello di salvare il suo appartamento. Cerca di arrabattarsi per arrivare a fine mese, pagare l’affitto e raccattare clienti. Finchè non le si presenta una coppia del Texas che denuncia la scomparsa della propria figlia, sedotta da un tal Killraven, «l’uomo porpora» in grado di farle fare tramite poteri mentali ciò lui che vuole senza che lei voglia, perfino uccidere in un ascensore i propri genitori.

Jessica, che aveva subito lo stesso tipo di seduzione del male dallo stesso personaggio, vedrà, da questo momento, spalancarsi le porte infernali di un passato che pensava sepolto. Jessica Jones è una proiezione deliziosamente oscura della società femminista newyorkese. Tra lunghe pause recitative, atmosfere notturne e improvvisi strappi narrativi la serie lascia affondare lo spettatore nell’angoscia dell’attesa della puntata successiva. È addirittura più claustrofobica della saga a fumetti da cui è tratta. Però è in grado di trattare argomenti delicatissimi come i disturbi psichici e lo stupro (l’Uomo Porpora la sottomette tenendola prigioniera in un motel per otto mesi assieme a lui e a varie studentesse ridotte a serve del sesso) con rispetto inusitato. La stampa Usa l’ha esaltata. E non ha tutti i torti...

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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