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Complimenti per la trasmissione

Dietro la Porta Rossa, molte le citazioni

La fiction poliziesco-esoterica di Raiuno

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Aprite quella Porta

Il cast de La Porta Rossa

Occorre  sciropparselo con calma, accantonando decenni di serie esoteriche americane.

La sigla è una vertigine grafica. La musica cadenza un racconto che più noir non si può. L’incipit è un passo di Hoffman (con la sua passione per i doppelganger, i doppi): c’è questo commissario Leonardo Cagliostro - interpretato dal talentosamente ubiquo Lino Guanciale- che si ritrova a rimirare il proprio cadavere tra i colleghi attoniti in una notte triestina piena di pioggia. La porta rossa, nuova fiction su Raidue che vince il prime time  (mercoledì , prime time, share 13%) stracciando  Mediaset  e la stessa Raiuno, è una produzione straniante e inconsueta. La storia dello spettro d’uno sbirro che, alla soglia della “porta rossa” - il separè narrativo che divide la vita dalla morte- viene rispedito indietro per scovare il suo assassino è ben calibrata nella sceneggiatura e nella regia “sporca”. Funziona perfino l’uso dei flashback con tanto di antefatti ad incastro, col commissario che da la caccia al narcotrafficante detto “il Messicano” e viene crivellato dai colpi di un criminale senza volto; e si snoda bene il suo rapporto con la moglie Anna Mayer (un nome uscito da un fumetto di Diabolik) ; e fila pure, nel plot, anche la presenza di una ragazza medium unica. La quale, titolare di zia autista di tram, e alla ricerca di un padre che non aveva mai avuto, si rivela l’unica a vedere l’ectoplasma col distintivo che scorrazza per la città. Tra l’altro Guanciale che ondeggia disperato tra i suoi amici straziati, produce inusitate dote di ammirazione ed ancoscia in dosi eguali.

Questa fiction rientra, dopo quella su Schiavone, nel solco sperimentale di Raidue ed è, soprattutto per questo degna d’applauso.Bene. Viva.

Senonche è pure, per i malati di cinema e fumetti americani -come il sottoscritto- una caccia alla citazione continua, roba ansiogena come il resto del film. Roba che diventa quasi gioco letterario. Qui le citazioni sgorgano deppertutto.

E sarebbe troppo facile evocare il detective-fantasma con piccolo medium annesso del Sesto senso di Shyamalan.  O Ghost, con Patrick Swayze spettro che insegna alla moglie a plasmare vasi di terracotta. O Il paradiso può attendere. La citazione nascosta qui, è di fumetto, Deadman, di Camine Infantino Dc Comic, ’67 solo che al posto del poliziotto,  vaga in cerca di vendetta lo spirito di un acrobata. Non mi parlate di originalità. La trama, comunque, prende...

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