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Complimenti per la trasmissione

Viale Mazzini e la parabola di Campo Dall'Orto

Il dg Rai rischia ora la poltrona. Ma non ha tutte le colpe...

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Campo Dall'Orto pensatore

il dg della Rai

C’è quasi un oscuro fiato shakesperiano che attraversa, in queste ore, il destino dell’ad della Rai Antonio Campo Dall’Orto.

L'altro giorno, dopo essersi visto bocciare il piano delle news ed essere uscito dalla sala del cda; ed essere rientrato con sguardo fiero; ed essersi di nuovo visto bocciare dai consiglieri -compresa, occhio, il presidente Monica Maggioni- tutti i piani di produzione e, di fatto, qualunque cosa non solo dicesse ma pensasse; be’ ieri, giorno della disfatta e del cappio che continua a stringersi al collo, Campo Dall’Orto ha visto la propria nemesi. La massa renziana che l’aveva sostenuto oggi è pronta, per prima, a celebrarne il funerale (tranne Michele Anzaldi che l’ha odiato sin da subito). Alla fine della giornata, poi, vivaddio il Condiglio ha dato il via libera alla programmazione dei palinsesti 2017-2018, e la Rai non si bloccherà. Epperò è oramai chiaro che Renzi, il pigmalione, alla fine ha mollato la sua creatura. I consiglieri -tutti tranne Paolo Messa che l’ha sfiduciato pubblicamente e s’è sciuto- sono rimasti soltanto per fare terra bruciata attorno al capo. Beninteso: Campo Dall’Orto è un veneto tosto, le dimissioni non le darà. Dovranno schiodarlo a forza, politicamente.

Però è chiaro che la sua situazione è compromessa, e che la partita, alla fine, l’hanno vinta i consiglieri e soprattutto la Presidente la quale, in caso di dimissioni del direttore generale plenipotenziario, potrebbe ottenere una reggenza pro tempore. Personalmente siamo dispiaciuti. Perché Campo Dall’Orto è persona seria, dabbene e, soprattutto, rimane un grande visionario della televisione. Di ogni televisione, tranne che della Rai. Della quale, ammettiamolo, sin dall’inizio non ha intuito i complessi meccanismi. Tra l’altro, Antonio, ultimamente, aveva mostrato onestà e schiena dritta non ostacolando l’inchiesta di Report sui vischiosi affari degli editori dell’Unità, per esempio. O battendosi per assegnare un’intera nuova redazione d’inchiesta a Milena Gabanelli. O assicurando una giusta equidistanza nel trattamento informativo dei referendum. Certo, qualche cazzatella gli è scappata. Dai rilievi dell’Anac di Cantone su diverse nomine dirigenziali, a cominciare dal direttore della sicurezza Genseric Cantournet – scelto da una società di cacciatori di teste di cui è socio suo padre, senza candidati alternativi – sino ai 244 nuovi contratti; alle pagatissime consulenze dimostratisi assai posticcie di, per esempio, Francesco Merlo e Massimo Coppola (in un periodo in cui in Rai si predicava di stringere la cinghia). Dal caso dellle fidanzate dell’est all’inguardabile Parliamone sabato, alla presa di posizione assai impopolare sul tetto dei cachet. Dai conflitti sul piano di produzione ai conti «abbelliti dall’extra-gettito del canone». Forse qualcosa di più di qualche cazzatella.

Campo Dall’Orto, sguardo basso e espressione indecifrabile, sulla montagna d’insofferenza interna ed esterna che via via stava nutrendo dalla torre d’avorio del settimo piano, non ha ascoltato gli amici, figurarsi i nemici. Finchè non è arrivata la riforma del Piano dell’Informazione. Materia incandescente su cui sono scivolati - e spesso caduti- tutti i dirigenti Rai che memoria d’uomo ricordi. Da Gubitosi (con la stessa Maggioni direttora di RaiNews) a Cattaneo, il core-business politico della tv di Stato è sempre stato un territorio pericoloso da attraversare. E lì, legittimamente o meno, s’è scatenato l’inferno. Un problema di potere. Ora, non è escluso che ora Campo Dall’Orto chieda un’indicazione al ministero dell’Economia (che, probabilmente non gliela darà) , vero editore della Rai, dato che possiede il 99,9% delle azioni; e che, a un cenno di Padoan, da vero civil servant, opti per un addio onorevole. Gli auguriamo di fare la cosa giusta. Ma non abbiamo capito quale sia...

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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