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Complimenti per la trasmissione

La prima di Giletti prende a sberle Fazio

L'ottimo esordio di Non è l'Arena (ma vince Rosy Abate)

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Vado al MAssimo

Giletti è tornato

Alta drammaturgia. Presenza scenica. Pura inchiesta, nella prima parte. Il solito calderone retorico di temi assai pop, nella seconda. E il picco d’ascolto -attenzione- su un giovane cronista con gli attributi bloccato a Dubai per aver intercettato un truffatore che votava An, cognato di un ex Presidente della Camera. Questa, in soldoni, la performance televisiva di Massimo Giletti, tornato su La7 fiero e vendicativo come il conte di Montecristo.

La prima notizia è un clamoroso ritardo dell’Auditel che, -per «motivi tecnici»- ha gettato l’osso dei dati d’ascolto alla stampa soltanto nel tardo pomeriggio; l’ordalia dell’audience, di solito, si celebra alle 10 del mattino («Non voglio pensare male, anche se qualcuno diceva che a pensar male si fa peccato ma si indovina», dice Urbano Cairo). Ma il ritardo della società di rilevazione non è, onestamente, inedito. Però, al netto dell’insufflata di veleni e sospetti, l’esordio di Non è l’Arena di Giletti è indubitabilmente una sberla a Fabio Fazio. Il talk su La7 ha fatto 1.969.000 milioni di spettatori, share 8,9% record annuale della rete, mi pare. Il concorrente su Raiuno, invece, ha raggiunto il suo risultato peggiore da quando è partito: Che tempo che fa è stato visto da 3.767.000 spettatori con il 14% di share media. Tra i due litiganti, poi, la serata l’ha vinta Rosy Abate, ottima fiction di Canale 5 che ha registrato il 29, 19% (e, secondo me, qui il meglio deve ancora venire). Bene anche Le iene col l’11,5%. Ma, questo, ai fini della sfida dal sapore quasi epico della sfida Fazio/Giletti, è solo un dato di cronaca. Giletti ha iniziato con un prologo elegiaco.

L’epurazione dalla Rai sta in una cornice quasi freudiana, dev’essergli costata molto più di quel che sembrava. «Dirò sempre grazie all’azienda che continuo ad amare e amerò per sempre. Mi ha dato tante possibilità. In quell'azienda sono entrato ragazzo e ne sono uscito uomo e giornalista. Mio padre mi ha insegnato a non perdere mai la dignità, se avessi accettato quel compromesso avrei tradito me stesso ma anche voi, i quattro milioni di spettatori che sono sempre stati i veri padroni dell’Arena». E lo sfogo del giornalista ci sta.

Anche se la sindrome del silurato è emersa, pesantemente, a più riprese, nell’arco della puntata («Non mi fate parlare della Rai...»). E qui consiglieremmo a Massimo di finirla col vittimismo che in diretta stona; e di gettarsi davvero alle spalle il passato, e di concentrarsi sul  programma. Che ha condotto, tra l’altro, con una bravura e determinazione spiazzanti specie nello snocciolare sul vidiwall dati, istogrammi e brandelli appassionati della storia del famoso «appartamento di Montecarlo» passato dalle mani di Gianfranco Fini a quelle di Gianfranco Tulliani.

Lo scoop della cattura di Tulliani - figlio della tenace idiozia dello stesso signor cognato- tra immagini rubate e servizi ottimamente confezionati, ha tenuto incollati nel picco delle ore 21.57 ben 2,9 milioni di spettatori, sulla testimonianza di Daniele Bonistalli. Bonistalli, per capirci, è il collega trentenne che, nonostante fosse in stato di fermo dalla polizia di Dubai, grazie alla sua tigna (e alla velocità nell’inviare le immagini via Whatssup) ha scovato e  fatto arrestare Tulliani. Giletti, a quel punto, s’è trasformato in un istrione dalla grande teatralità. Bastava solo lui a riempire la scena: gli ospiti -a parte Gianmarco Chiocci, direttore del Tempo autore dell’inchiesta su Montecarlo e l’ex dirigente Rai Guido Paglia- erano quasi pleonastici, un fastidioso sottofondo nella sinfonia gionalistica.

Nella seconda parte del programma -molto, forse troppo lungo- il conduttore ha rispolverato l’arsenale del furor di popolo; e ha  parlato di vitalizi e baby pensioni con le politiche in studio, Nunzia De Girolamo e Alessandra Moretti. L’ha fatto mescolando, un po’ confusamente, il piano etico con gli interventi lucidissimi di un panettiere, a quello giuridico con l’avvocato Maurizio Paniz, in grado di giustificare al dettaglio il rispetto dei «diritti acquisiti» degli onorevoli. Gran  finale sulle molestie (picco di share 12,7% alle 00.19), tra interviste ad attrici che hanno rifiutato il compromesso sessuale e «l’hanno pagata», e sdegno astutamente diffuso. Prima parte di Non è l’Arena in stile drammaturgico alla Michele Santoro (Giletti a volte lo ricorda in modo impressionante: è un complimento). Seconda, in stile l’Arena. A mio gusto bisogna lavorare di più sulla seconda, per omologarla allo stile della rete. Ma con questi risultati -almeno per ora- si tratta di dettagli...

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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