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Elezioni addio

La gaffe di Romney farà vincere Obama

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

La gaffe di Romney farà vincere Obama

 

Mitt Romney ha veramente compromesso le sue chance di elezione con la “gaffe del 47%”? I sondaggi delle ultime giornate sono preoccupanti per il repubblicano, e una certa influenza può averla avuta l’episodio maldestro del filmato “rubato” da una cena per la raccolta di fondi che doveva restare privata e non lo è stata, per la presenza di un infiltrato democratico. I dati economici continuano ad essere negativi, non è una novità: ma a questo punto, quasi 4 anni dopo, pare che Obama sia riuscito nell’intento di “sterilizzare” la scontento ovvio di mezza America e di convincerla a dargli il bis. 

Certo, c’è l’enormità della rivolta violenta dell’Islam contro i valori della libertà di espressione che ha scosso l’Occidente e gli Usa in particolare, e Barack ha visto nei sondaggi recentissimi (NBC-WSJ) dissolversi i buoni numeri che aveva in politica estera grazie alla eliminazione di Osama Bin Laden: il giudizio positivo era legato alla sua determinazione da comandante in capo che preme un grilletto, mentre il fiasco politico di quattro anni di “scuse” e di “offerte” di pace all’Islam ha prodotto ciò che tutti vedono, cioè che i paesi musulmani disprezzano l’America, anche quelli che prendono un sacco di soldi da Washington (il 79% degli egiziani, per esempio, nell’ultimo sondaggio Pew). Ma la politica estera, in questa tornata, difficilmente peserà in modo determinante sul voto.  

Il “caso del 47%” ha evidenziato qualcosa che doveva essere ben chiaro alla squadra di Romney. Il candidato del GOP, chiunque esso sia, per quanto riguarda la copertura dei media più influenti (tutte le televisioni meno una, quasi tutti i giornali nazionali meno gli editoriali del WSJ sono per Barack) nelle campagne elettorali è come se giocasse sempre in trasferta. L’ostilità e la ricerca dell’errore verso il repubblicano sono la norma, la linea editoriale. Non c’è nulla da fare per cambiare questa realtà di partenza, ma siccome è nota occorre avere l’intelligenza e la capacità di adeguarsi, ossia di approntare una attenta difesa. 

In questo contesto, insomma, Romney doveva sapere che i suoi passi falsi non sarebbero stati perdonati: e nell’era della Grande Rete e del Grande Fratello che tutto vede, anche grazie a un piccolo smartphone, bisogna non commetterne. Al di là di ciò che Mitt dice in casa sua alla moglie, tutte le altre occasioni di comunicazioni vanno (o andavano) tenute sotto controllo. Preparando i discorsi alle cene con un pubblico largo, anche se nominalmente “amico”, Romney deve (doveva) sempre pensare che ciò che dice può finire su YouTube, e sulla prima pagina del New York Times. Da un candidato repubblicano va riservato a questi appuntamenti lo stesso rigore che usa a un comizio o in un dibattito in Tv. Essere “candidi”, e politicamente scorretti, è la ricetta per l’insuccesso sul palco del confronto elettorale, dove domina la forza del messaggio semplificato e demagogico. Mai dire frasi che si prestano a diventare slogan-autogol. Ed è inutile lamentarsi per il doppio standard. Obama ha avuto i suoi momenti disastrosi, ma ha pagato poco o niente. Quando un “fuori onda” con il premier Medvedev ha fatto vedere che  stava promettendo ai russi, in segreto, lo smantellamento della difesa missilistica nell’Est Europa (“dì a Putin di avere pazienza, ho ancora una elezione e poi avrò più flessibilità”) , la clamorosissima concessione non ha fatto in concreto alcun “clamore”. La notizia è durata un giorno, e solo i siti conservatori hanno cercato invano di farne un caso, senza riuscire a sfondare nel mainstream. E la frase “you didn’t build this”? “Se avete fatto un’azienda, in realtà non l’avete costruita… “ aveva detto tempo fa Obama, pubblicamente, rivolto agli imprenditori, rinfacciando loro che il vero artefice del successo in America è il governo. Concettualmente è l’esatto reciproco, in senso inverso, della espressione di Romney sul fenomeno diffuso della dipendenza economica dal governo di tanti americani. Entrambe sono frasi rivelatrici, ed entrambe sono infelici. Ma quella di Obama è diventata solo il ritornello alla Convention repubblicana di Tampa, mentre il “fuori onda” di Mitt è un tormentone nazionale destinato a durare fino alla fine della campagna. Purtroppo per lui, ma non ha che da rimproverare se stesso.

 

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