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Il rosso

La rivoluzione (fallita) di Bernie Sanders

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Bernie Sanders

Ma quale “rivoluzione”? Bernie Sanders si riempie la bocca di “rivoluzione politica”, ma mentre lui ne parla nei comizi, rivolgendosi soprattutto a Hollywood e al pubblico “captive’ dell’ala ideologizzata dei giovani dei college che non ha paura di volare di fantasia, Donald Trump la rivoluzione la fa davvero nelle primarie repubblicane. E non e’ solo che il miliardario di New York, dopo la partenza falsa in Iowa, sta sbancando alle elezioni del GOP, mentre il senatore rosso del Vermont arranca tra i DEM: a parte il New Hampshire, unica vittoria, in Iowa e Nevada ha gia’ perso e in Sud Carolina perdera’ sabato. No, la rivoluzione fallita di Bernie e’ proprio nella capacita’ di mobilitazione, che dovrebbe essere la base fondante di ogni movimento rivoluzionario. Le “masse” non si vedono proprio, e il confronto con l’Obama del 2008 e il Trump del 2016 e’ eclatante.

Sono i numeri smilzi della partecipazione popolare alle elezioni che si sono tenute finora a dirlo, anche se le foto, i titoli e i toni degli articoli dei media osannanti quando c’e’ un campione della sinistra da elevare a eroe hanno raccontato finora un film diverso. Se prendiamo il caucus DEM dello Iowa che lancio’ la stella Obama e quello di venti giorni fa, alla conta mancano un 28% di elettori: invece dei 239.972 che erano nel 2008, quando vinse Barack, sono crollati a 171.109, quando Hillary ha superato Sanders di un pelo.

E in New Hampshire? 13 per cento in meno del 2008, da 288.672 a 250.983, anche se li’ Sanders ha battuto la Clinton spinto dall’ “entusiasmo” e dalla “carica” dei suoi fans, come abbiamo letto sui giornali. In Nevada, infine, il calo e’ stato impressionante: dai 120mila circa di 8 anni fa agli 80mila circa di queste elezioni.

Gli stessi giornali che non hanno enfatizzato l’oggettivo raffreddamento del pubblico DEM per i propri beniamini non hanno dato il grande risalto che meritano alle cifre dei contesti repubblicani. In realta’, invece, e’ proprio questa la notizia strategicamente piu’ significativa in funzione del voto di novembre. Andare ai caucus o ai seggi per le primarie e’ la spia piu’ evidente della voglia degli iscritti a un partito di farsi sentire, e dell’importanza che danno ad un appuntamento elettorale.

In Nevada, hanno partecipato al caucus che ha incoronato Trump 75mila elettori, che in assoluto e’ un numero basso, ma e’ oltre il doppio del 2012, quando parteciparono 33mila iscritti del GOP al caucus che fece vincere Mitt Romney. Da solo, con 34.531 voti ottenuti, Trump ha incassato piu’ del totale dei voti dello stesso contest di quattro anni fa. Anche in Sud Carolina il balzo di presenze attive dei repubblicani e’ stato notevole: 730mila votanti contro i 603 mila del 2012. E cosi’ in New Hampshire, dove la vittoria di Donald e’ stata il risultato di una partecipazione molto piu’ larga di quattro anni fa di elettori del GOP, 284mila contro 248mila. In Iowa, pure, era stato registrato un incremento, con 180mila partecipanti rispetto ai 121mila del 2012.

L’ “effetto Donald” nello stimolare la gente a partecipare alle primarie e’ dunque innegabile, ma il fenomeno e’ sintomatico anche di qualcosa di diverso. Trump non ha solo conquistato una fetta dell’elettorato tradizionale, conservatore, teapartista e evangelico. Ha allargato il bacino di potenziali elettori, anche moderati, centristi, indipendenti, che non si sentono rappresentati dalla leadership repubblicana di Washington, anzi la detestano. Sta insomma fondando il suo successo su una inedita coalizione, che non ha l’ortodossia conservatrice come valore centrale, ma la voglia di affidarsi a qualcuno con le caratteristiche umane, di spirito, di volonta’ e di capacita’ manageriale, capaci di voltare la pagina dell’America obamiana. Una rivoluzione, insomma. E passi se e’ piu’ populista che reaganiana.

di Glauco Maggi

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