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Donald Trump vince, ma c'è una domanda: l'economia?

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Donald Trump vince, ma c'è una domanda: l'economia?

Nel Supermartedi’ del trionfo di Donald Trump, grazie al terzo abbondante di repubblicani che lo adorano, e’ forse tardi per rispondere a un interrogativo cruciale, ma lo proponiamo lo stesso perche' e' fondamentale: con quale politica economica l’attuale leader del GOP intende dare corpo al suo slogan “far ancora grande l’America”?

La ricetta di Donald, basandosi almeno sui brandelli di programma dei suoi slogan, e’ lo stesso protezionismo che i Repubblicani hanno abbracciato per l’ultima volta negli Anni Venti, e che produsse la legge sulle “tariffe commerciali” Smoot-Hawley firmata nel 1929 dal presidente Herbert Hoover, repubblicano come i due cosponsor Reed Smoot, senatore dello Utah e Willis Hawley, deputato dell’Oregon. Invece di proteggere le merci e i lavoratori americani, che doveva essere l’obiettivo, quella politica avvio’ una guerra commerciale internazionale che apri’ la strada alla Grande Recessione. E invece di risollevare l’America, l’effetto politico successivo fu di portare alla Casa Bianca Franklyn Delano Roosevelt e il suo New Deal, la politica del welfare, anti business e pro Grande Governo che paralizzo’ la crescita USA per un decennio, fino al “salvifico” – da un punto di vista economico – conflitto mondiale.

(Una digressione qui e’ d’obbligo. Oggi Trump e’, inevitabilmente e giustamente a mio avviso, attaccato per aver ritwittato la frase mussoliniana “meglio un giorno da leone che 110 da pecora” con la risibile giustificazione che “era una bella citazione e l’ho ripresa”. Ma negli anni Trenta, nel primo decennio di Mussolini duce, il presidente americano democratico di allora mantenne con lui una cordiale conversazione epistolare e ad altri scrisse lettere di plauso al dittatore. “Sono molto interessato e profondamente colpito da che cosa ha raggiunto e dal suo evidente fine onesto di risollevare l’Italia e di cercare di prevenire guasti in Europa in generale….”, scrisse a un inviato americano nel 1933, 11 anni dopo la Marcia su Roma. E in un’altra successiva lettera a un amico ha ammesso “Non mi preoccupo di dirti in confidenza che mi sto tenendo in contatto piuttosto stretto con l’ammirevole gentleman italiano”. Questo per le infatuazioni americane, passate e presenti, per l’Uomo Forte).
Ancora piu’ tangibilmente pericolose delle battute fuori luogo sul Duce sono le sparate di Trump sulle tariffe del 45% sulle merci cinesi e sulle “punizioni” che dara’ alle aziende Usa che traslocano qualche produzione in Messico o altrove allo scopo di stare sul mercato. Come mostrano i dati sul nesso tra crescita del PIL mondiale e crescita degli scambi globali, pubblicati oggi sul WSJ (nella illuminante tabella “Meno Commercio, Crescita piu’ Lenta”, pagina A10) “dopo un rimbalzo post recessione al 12% del commercio mondiale nel 2010, rispetto al -10% del 2009, la crescita degli scambi e’ scivolata al +7% nel 2011, e’ rimasta stagnante al 3% nei tre anni successivi e poi e’ caduta sotto il 2% nel 2015”. Di conserva, si nota che il PIL globale sta rallentando ovunque, dalla Cina all’Europa e agli Usa, facendo dell’attuale momento il piu’ pericoloso per imbarcarsi in battaglie tariffarie tra economie gia’ in difficolta’. Tasse e ritorsioni inevitabili potrebbero solo peggiorare la situazione strategica dello sviluppo nella illusione di fornire salvaguardie mirate a comparti di business e a categorie particolari di lavoratori.

Come il “socialismo” sperimentato nel concreto non ha mai funzionato in nessun paese (Cuba e Corea del Nord sono due musei viventi di quel fallimento), del pari il protezionismo commerciale ha solo esempi storici disastrosi, come quello attuato dal governo americano novanta anni fa.
E’ disperata la pretesa dei fans del Libero Commercio che la gente che soffre in carne ed ossa, perdendo il posto per le delocalizzazioni o gli immigrati, legga la Storia e quindi favorisca politiche di sviluppo (cioe’ meno regole e tasse, che sono la base per avere piu’ imprese, piu’ occupati, e stipendi piu’ alti). E’ molto piu’ facile che la gente in crisi prenda la scorciatoia indicata dai pifferai demagoghi. La vera tragedia americana e’ che Trump e’ stato il piu’ teatrale, ma anche i due candidati DEM Clinton e Sanders, come pure Cruz, Kasich e Carson del GOP, si sono espressi piu’ o meno rumorosamente contro i patti di libero commercio gia’ firmati, come la NAFTA, o da firmare, come quello con Giappone e altre 12 nazioni del Pacifico siglato da Obama e appoggiato da Paul Ryan e altri conservatori DOC. Tra questi c’e’ Marco Rubio, patetico ultimo “giapponese liberista” nella foresta del protezionismo che e’ diventata la nuova America politica Trumpiana-Clintoniana.

di Glauco Maggi  
twitter @glaucomaggi

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