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Cruz ride, Rubio piange e Trump gode

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Cruz ride, Rubio piange e Trump gode

La migliore notte per Ted Cruz, la peggiore notte per Marco Rubio. Donald Trump, intanto, prosegue nella sua corsa verso la nomination aumentando il bottino dei delegati per la Convention. In sintesi, è quanto hanno sentenziato i quattro stati in cui si sono tenuti caucus e primarie repubblicane. Sul fronte democratico, Sanders ha battuto la Clinton in Kansas e in Nebraska ed è stato sconfitto in Louisiana, ma per il senatore socialista del Vermont le sue affermazioni sono ormai solo di prestigio, o di consolazione, perché sul piano nazionale non ha alcuna chance di raggiungere il quorum per la nomination.
GOP. Il senatore repubblicano del Texas, Cruz, ha vinto largamente, con distacchi a due cifre, in Kansas (con il 48,2% contro il 23,3% di Donald, il 16% di Marco Rubio, il 10,7% di John Kasich) e in Maine (con il 45,9% contro il 32,6% di Donald, il 12,2% di Kasich e l’8% di Rubio). Il miliardario di New York ha risposto con due vittorie, nette ma con distacchi più contenuti in Kentucky (con il 35,9% contro il 31,6% di Cruz, il 16,4% di Rubio, il 14,45 di Kasich) e in Louisiana (con il 41,4% contro il 37,8% di Cruz, l’11,2% di Rubio e il 6,4% di Kasich).
L’uscita di scena di Ben Carson, il pio neurochirurgo popolare tra gli evangelici, e il discorso al vetriolo contro Trump fatto in settimana da Mitt Romney per deragliare la sua marcia verso la convention estiva a Cleveland e sostituirlo con uno dei tre candidati residui, hanno indubbiamente avvantaggiato Cruz, scalfito parzialmente Trump e affondato il senatore della Florida Rubio, atteso dall’ultimo test fra 9 giorni nel proprio Stato: o vince lì, o è fuori. Kasich sta facendo una gara a se’ da fanalino di coda, e spera che una sua vittoria il 15 marzo in Ohio, di cui è governatore, faccia il miracolo di rilanciarlo sul piano nazionale.
Il senatore texano Cruz, che nell’establishment del GOP è osteggiato come Donald se non di più, può ora giustamente vantare il ruolo di sfidante diretto del leader: con le due di ieri è a quota sei vittorie (dopo Iowa, Alaska, Oklahoma e Minnesota), dietro Trump che ne ha ottenute in tutto 12, il doppio. In termini di delegati assegnati, i risultati delle 19 elezioni vedono Donald a 373, Cruz a 291, Rubio a 115. Cruz non è lo sfidante più accreditato solo in base ai numeri, ma anche per il seguito che raccoglie nell’ala più radicale e conservatrice del partito: ieri si è tenuto in Maryland l’annuale raduno del conservatori più militanti, la conferenza CPAC (Conservative Political Action Conference): al termine dei discorsi c’è stato il tradizionale sondaggio in loco tra i partecipanti e Cruz ha avuto il 40% dei voti, Rubio il 30%, Trump (che non è intervenuto al meeting) il 15% e Kasich l’8%.
Cruz e Trump hanno tratto la stessa conclusione dai risultati di sabato, esortando Marco Rubio a uscire di gara. “Voglio avere una gara uno contro uno contro Ted”, ha detto Donald, che si è detto certo di batterlo nello Stato di New York, in New Jersey, in California, i più popolosi e ricchi di delegati, ed anche in Michigan, dove si tengono le primarie domani 8 marzo e i sondaggi danno Trump al 41% contro Cruz al 22%. “Continueremo a raccogliere candidati”, ha ribattuto Cruz, “ ma ciò che ci serve è che il campo dei partecipanti si assottigli sempre di più. Se stiamo divisi, Donald vince”.
DEMOCRATICI. Hillary ha vinto soltanto in Louisiana, con il 71,1% contro il 23% di Bernie Sanders, perdendo per 43,4% a 56,6% in Nebraska e per 32,3% a 67,7% in Kansas, ma ha incassato in tutto un totale più alto di delegati in palio, 55 contro 47, per la diversa importanza elettorale dei tre stati. Domenica si è tenuto il caucus Democratico nel Maine, con 30 delegati in palio. La corsa della Clinton, che domenica notte ha avuto un altro dibattito televisivo con Sanders alla CNN, procede insomma spedita. Hillary ha già 1121 dei 2383 delegati che le servono per la convention di Filadelfia, mentre Bernie ne ha 479. Tutti sanno che non contano nulla i voti dei milioni di Democratici che nelle primarie delle prossime settimane le faranno tagliare il traguardo della maggioranza dei delegati. A pesare davvero sulle sue sorti è il lavoro delle centinaia di agenti dell’FBI che stanno indagando sul suo server personale irregolare e sulle email circolate al di fuori del sistema governativo mentre era segretaria di Stato. Se arriverà entro l’estate una incriminazione per lei, o anche solo per qualcuno dello staff più vicino a lei, la candidatura di Hillary getterà l’establishment dei DEM nel panico più ancora di quanto non stia facendo quella di Donald nelle élite del GOP.

di Glauco Maggi
twitter@glaucomaggi

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