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Siluro contro la candidata

"Clinton Cash": il documentario che può affondare Hillary. Si parla di (parecchi) soldi

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

"Clinton Cash": il documentario che può affondare Hillary. Si parla di (parecchi) soldi

Hillary e Bill sono i due “Ercolini sempre in piedi” della politica americana. E in America questo e’ un signor complimento, perche’ non esiste un singolo altro esempio di inaffondabilita’ paragonabile al loro, almeno dai tempi di JF Kennedy (che commise tanti fatti scandalosi privati, ma allora non c’erano Internet e Fox News, e lui poi fu presto glorificato dalla tragica morte per mano di un filocastrista). Gary Hart e John Edwards, per dirne due, erano senatori democratici che come la Hillary di oggi aspiravano alla nomination presidenziale: sono stati colti con l’amante nel sacco e sono stati spazzati dal palco politico.

Hillary e Bill giocano invece in una lega tutta loro, perche’ agli scandali eterosessuali provati di Bill (Monica & C) e ai rumor omosessuali di Hillary (Huma Abidin) hanno sovrapposto una rete cosi’ fitta di loschi interessi economici in conflitto con le loro cariche politiche che non si sa da che parte cominciare. O meglio, i liberal dei media e i democratici del partito sanno tutto, ma hanno sempre operato benissimo per proteggerli e farne degli intoccabili. Il pubblico Usa e’ stregato, e cosi’ sono diventati una “istituzione” che ricorda le caste indiane. Oppure, a chi vedeva i Caroselli della Galbani Anni 60, “Ercolino sempre in piedi”, il pupazzo-mascotte con la base tanto pesante che ad ogni botta che prendeva vacillava un po’, ma tornava subito ritto.

C’e’ da aggiungere che la loro esperienza di vita piena di intrighi e malefatte, e la parallela aura di invincibilita’, li ha anche resi un po’ strafottenti. Per loro gli scandali sono come gli spinaci per Popeye, OK, ma ieri si sono superati.

In una saletta per proiezioni private di anteprime a Times Square, ieri sera, ho assistito a “Clinton Cash”. E’ un documentario basato sul libro di Peter Schweitzer, che ha documentato la Clintoneide (ne ho scritto a profusione su Libero quando era uscito a meta’ 2015). Ci sono nomi, cifre, virgolettati, testimonianze, viaggi, compravendite di azioni di miniere di compari di merende, discorsi strapagati a Bill da banche, corporation, ‘contributi’ alla Global Clinton Foundation per gli “aiuti” ad Haiti e la lotta all’Aids. Tutto cio’ che spiega, in dettaglio, la formidabile scalata finanziaria della coppia, che di suo non ha creato alcuna start up, ne’ partecipato ad alcunche’ di commerciale, di business. Pero’ la coppia, dal momento in cui ha lasciato la Casa Bianca (portandosi via mobili e soprammobili, e non e’ una battuta) “da falliti ” (cosi’ ha detto Hillary in una intervista memorabile riportata nel film) ha raggranellato un patrimonio milionario. Come e’ potuto succedere? Gli “amici” della Clinton Foundation, tra cui vari governi stranieri non propriamente democratici (tipo la Russia o il Kazakistan) e una teoria di uomini forti africani dal genocidio facile, non hanno resistito all’impulso di dare un paio di miliardi per le cause nobili dei Clinton, con cio’ elevando la loro statura morale, e il loro proficuo brand politico. E niente hanno chiesto in cambio tutti questi benefattori, anche se il picco dei versamenti e’ curiosamente avvenuto nel quadriennio di Hillary segretaria di Stato. Alla fine, i “falliti” del 2001 si ritrovano oggi con un cash in cassa stimato in 150 milioni. E se alla Clinton riuscira’ il colpaggio della presidenza aspettiamoci di piu’, sempre di piu’.

Il film “Clinton Cash” sara’ proiettato a giorni al festival di Cannes, quindi il pubblico europeo avra’ la possibilita’ di vedere di che pasta sono i due politici piu’ corretti del mondo. Secondo me, pero’, non saranno neppure scalfiti, perche’ se non sono stati affondati dal libro negli Stati Uniti dove pure e’ diventato un best seller, non si vede perche’ gli europei, che li amano ancora di piu’, dovrebbero scandalizzarsi dei loro scandali. E qui veniamo alla strafottenza che dicevo.

All’uscita dal ripasso, oggettivamente inquietante, delle loro gesta nel recentissimo passato, ha visto sul cellulare il lancio dell’inchiesta esclusiva del Wall Street Journal sull’ultima bravata del duo. Mi sembrava di essere ancora al cinema, e di assistere a una coda del film. La storia, stamane, e’ poi diventata la copertina del New York Post. In breve, la Fondazione Clinton, che e’ per statuto senza scopo di lucro e non puo’ impegnarsi quindi in attivita’ per fare profitti, ha fatto avere, direttamente e con un finanziamento federale del ministero dell’energia, 2 milioni di dollari alla Energy Pioneer Solutions, un’azienda impegnata, a scopo di lucro, a far arrivare energia nell’America rurale. Chi sono gli azionisti della societa’? Tutti amici dei Clinton: i piu’ importanti sono Andrew Tobias, gia’ tesoriere del Comitato Nazionale Democratico (5%), Scott Kleeb, ex candidato deputato DEM in Nebraska (29%), Jane Eckert, mercante d’arte a Pine Plains, New York(29%) e Julie Tauber McMahon di Chappaqua (29%). I cultori del clintonismo sanno che a Chappaqua c’e’ la villa dei Clinton, con il famoso server privato di Hillary, altro scandalo che pende sulla sua testa, con tanto di FBI alle calcagna, ma tutti sono convinti che ne uscira’ alla grande. La avvenente signora Julie, una bionda di 54 anni portati benissimo, detta “Energizer”, non e’ pero’ solo una socia della societa’ tanto cara alla Fondazione Clinton. E’ cosi’ amica di famiglia da avere il permesso illimitato di entrare e di uscire dalla villa Clinton, senza che la squadra dei servizi segreti faccia una piega. E lei lo usa, riporta in New York Post , “scegliendo i tempi degli arrivi e delle partenze basandosi sul calendario dei movimenti di Hillary”. Naturalmente, la signora McMahon smentisce di avere una relazione intima con Bill, ma se anche fosse? Come si dice per tutti gli “affari” dei Clinton, “a chi gliene frega niente?”.

di Glauco Maggi

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