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Così Lavazza e Benetton hanno "occupato" New York

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Così Lavazza e Benetton hanno "occupato" New York

Una volta, c’era “solo” l’export del Made in Italy. Che non era niente male, peraltro, perche’ dava profitti alle aziende che sapevano fare prodotti vincenti sui mercati internazionali, lavoro ai loro dipendenti, e prestigio al Paese. Oggi la missione industriale-commerciale resta per tutti gli imprenditori l’ovvia ragione per espandere le attivita’, ma per alcuni capitani d’impresa non e’ piu’ l’unica. Arano altri campi, seminano nuove idee. Pensano a come rendere piu’ bello e migliore il mondo finanziando istituzioni consolidate di riconosciuta qualita’, o inventando progetti artistici innovativi. In casuale, ma proprio per questo significativa contemporaneita’, ci sono due esempi di questo fenomeno in questi giorni a New York, dove Lavazza e Benetton hanno “occupato” la scena artistica con la partecipazione a due eventi di grande ambizione culturale, uno al Guggenheim a Manhattan, l’altro al Pratt Institute di Brooklyn, universita’ rinomata nel campo del design.

LAVAZZA. Nel museo di Manhattan sulla Quinta Strada, ieri sera, c’e’ stata la presentazione della retrospettiva di László Moholy-Nagy (1895-1946), l’artista visionario ungherese che ha spaziato dai dipinti di sapore futurista di inizio Novecento alle sperimentazioni dell’allora nuova frontiera della fotografia nella sua maturita’. La Lavazza, leader nel settore del caffe’, aveva gia’ sponsorizzato un anno fa, sempre al Guggenheim, la mostra di Alberto Burri “Il futurismo italiano, 1909–1944: la ricostruzione dell’Universo”, e con il bis attuale ha stretto un’alleanza strategica con il museo, suggellata dall’ingresso nel board dei trustees, nel febbraio scorso, di Francesca Lavazza, responsabile della comunicazione della ditta torinese. Francesca, 43 anni, quarta generazione della famiglia che fondo’ la ditta nel 1895 (quando nasceva Moholy-Nagy), e’ la prima italiana ad occupare un posto di tale rilievo nel Guggenheim. Con questo impegno, la Lavazza ha superato il concetto “nazionalistico” delle sponsorizzazioni, decidendo di non limitarsi al sostegno all’arte italiana, o degli italiani, per abbracciare la cultura in versione universale. Del resto, e’ globalizzato anche il pubblico dei consumatori a cui si rivolge la Lavazza, che applica cosi’ il principio del “give back” (“restituisci alla societa’”), il cardine della filantropia americana che sta facendo scuola. (Mio consiglio ai turisti che hanno in programma l’America nei prossimi mesi: andate a vedere la mostra su Moholy-Nagy, una raccolta di 300 opere da collezioni private e musei dall’Europa agli USA, che sara’ in visione al Guggenheim dal 27 maggio al 7 settembre, all’Art Institute di Chicago dal 2 ottobre al 3 gennaio 2017 e al County Museum of Art di los Angeles dal 12 febbraio 2017 al 18 giugno 2017).

BENETTON. “Imago Mundi” e’ un’idea di arte globalizzata che Luciano Benetton sta portando in giro per il mondo con la sua Fondazione, e che ha fatto ora tappa in America. Da profeta dei mille colori che rappresentano la diversita’ razziale, concetto che era stato il trampolino del suo marketing nell’abbigliamento, oggi Benetton “usa” questa stessa diversity, di razze culture e nazioni, per sposare l’arte all’umanita’ (“The Art of Humanity” e’ il titolo dell’esibizione esposta al Pratt Institute fino al 28/5/2016). Luciano, 81 anni, cofondatore della societa’ trevisana, ha realizzato un visionario “palazzo di Vetro” (Imago Mundi, l’immagine del mondo) in cui i paesi membri hanno come “ambasciatori” migliaia di autori e come mezzo di espressione-comunicazione dei quadretti che devono essere tutti della stessa misura, 10 centimetri per 12. Finora, ha spiegato all’inaugurazione di lunedi' scorso Martina Fornasaro, responsabile delle relazioni esterne di “Imago Mundi-Luciano Benetton Collection”, ci sono gia’ oltre 17mile opere da un centinaio di paesi, firmate da pittori celebri ma anche da tantissimi giovani, selezionate in ogni nazione da un curatore incaricato. L’obiettivo dell’iniziativa e’ l’abbattimento delle divisioni tra le persone grazie allo strumento piu’ delicato, piu’ pericoloso, ma potenzialmente piu’ efficace: l’arte libera dai condizionamenti. E’ facile, si sa, esercitare la liberta’ creativa, senza censure, in Italia, Stati Uniti, Giappone, Israele, Australia, Cile, Sudafrica, per citare sette dei 14 paesi presenti alla esibizione newyorkese. Negli altri sette pannelli nazionali, invece, le opere di artisti da Cina, Afghanistan, Egitto, Iran, Siria, Tibet, Tunisia sono un atto di coraggio, di denuncia, di protesta. In sala, i curatori della mostra hanno mischiato i paesi in un ordine indistinto per enfatizzare la fratellanza dell’arte che non fa distinzioni, che sgorga dalle menti di tutti, che parla con il comune linguaggio della creativita’ dell’uomo. E’ il brand “United Colors of Benetton” che si sentiva stretto nelle vetrine dei negozi e vuole vivere una nuova vita.

di Glauco Maggi

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