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Sorpresa: dal memo di Comey Trump esce innocente

22 Aprile 2018

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Sorpresa: dal memo di Comey Trump esce innocente

Capitoli clamorosi si sono aggiunti in queste ore alla telenovela del Russiagate, con il contorno degli intrighi nell’FBI di Comey-McCabe per incastrare il presidente Trump. E’ diventata finalmente pubblica l’intera produzione di memo scritti dall’ex direttore dell’FBI Comey sui contenuti degli incontri avuti con il presidente Trump, prima della sua inaugurazione del 20 gennaio e dopo, fino al suo licenziamento. Anche dagli stessi appunti raccolti (alle spalle e all’insaputa di Trump) dal direttore dell’FBI quando ancora era in quel ruolo emerge che il neo eletto presidente non solo non aveva colluso con Mosca attraverso il consigliere della Sicurezza Mike Flynn (che era stato nominato e poi rimosso da Trump nel giro di poche settimane), ma che aveva anzi espresso riserve su di lui (“Quel tipo ha problemi di saggezza nei suoi giudizi”).
“I memorandum di James Comey appena resi pubblici”, ha twittato all’alba di venerdi’ 20 Trump, “mostrano chiaramente che NON c’e’ stata COLLUSIONE e NON c’e’ stata OSTRUZIONE. Ed anche, che lui (Comey) ha fatto filtrare informazioni classificate. WOW! Continuera’ la Caccia alle Streghe?”.
Le memorie di Comey sugli scambi con Trump fanno vedere che l’allora direttore dell’FBI non ha mai avuto la sensazione di essere “ostruito”, hanno commentato i deputati del GOP membri delle tre Commissioni che indagano sul Russiagate. Il presidente della Commissione Giudiziaria Bob Goodlatte, il presidente della Commissione per la Supervisione degli Atti Governativi Trey Gowdy e il presidente della Commissione per i Servizi Segreti Devin Nunes hanno scritto, in una dichiarazione congiunta, che i memo di Comey “mostrano che il Presidente disse chiaramente che voleva che le accuse di collusione, coordinamento, e cospirazione fossero pienamente investigate. I memo hanno anche fatto chiarezza sul fatto che la ‘nuvola’ che il presidente voleva che fosse spazzata via non era quella dell’interferenza della Russia sulle elezioni del 2016, ma piuttosto la nube delle piccanti, non corroborate accuse relative alla condotta personale di Trump sparate nel dossier “, hanno aggiunto i tre presidenti delle Commissioni congressuali. Il dossier cui si riferiscono e’ quello, pagato dal Comitato Nazionale Democratico e dalla Clinton, che e’ stato compilato dalla ex spia inglese Christopher Steele, con dettagli mai provati ne’ verificati, di fonti russe misteriose, senza nome e tantomeno credibilita’.
A conferma che non esista, dopo oltre un anno di indagini, alcuna prova all’accusa di collusione della campagna di Trump con i russi, ne’ di ostruzione alla giustizia da parte del presidente, si e’ anche saputo che il viceministro della Giustizia Rod Rosenstien aveva assicurato qualche giorno fa al presidente Trump che non era il target, ossia l’oggetto, di alcuna ipotesi di incriminazione da parte del Procuratore Speciale Robert Mueller, che era stato nominato dallo stesso Rosenstein dopo il licenziamento di Comey da parte di Trump.
Peraltro, esperti di diritto ricordano che non esiste nei codici il resto di “collusione”, mentre precedenti Rapporti-Guida dei ministeri della Giustizia dei governi di Jimmy Carter e di Bill Clinton avevano chiarito che la Costituzione americana e’ netta nell’attribuire al capo dell’esecutivo, ossia al presidente, il diritto di licenziare ministri e direttori delle agenzie governative a suo insindacabile giudizio. Cio’ e’ il fondamento della separazione dei poteri, che non puo’ prevedere che alcun procuratore, e neppure un procuratore speciale che e’ pur sempre nominato dal ministero della Giustizia sia inamovibile. Ed e’ pure assodato, e confermato dalla consuetudine, che l’Attorney General non puo’ incriminare un presidente in carica di alcun reato. Il solo modo costituzionale per “punire” di eventuali crimini un presidente e’ politico: 1) non rieleggendolo alla scadenza del mandato con il voto diretto dei cittadini, o 2) rimuovendolo con l’impeachment. Questa procedura e’ infatti affidata al voto del Congresso, i cui membri sono a loro volta eletti dai cittadini. Il che riconduce al principio della sovranita’ popolare come fonte del potere esecutivo, separato da quello legislativo e da quello giudiziario.
Novita’ di estrema gravita’ per l’ex vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe, intanto, sono emerse dal rapporto dell’ispettore generale del ministero della Giustizia, Michael Horowitz (un nominato da Obama). Horowitz ha deciso di girare le sue conclusioni sul comportamento di McCabe alla procura federale di Washington, chiedendo che lo incrimini. Non solo e’ stato chiarito che McCabe aveva fatto filtrare indebite informazioni alla stampa sulla inchiesta Russiagate, ma poi ha mentito quando e’ stato interrogato dall’FBI su queste sue azioni. Ora i giudici decideranno se elevare contro McCabe accuse formali, che lo potrebbero portare in carcere. Il divertente e’ che McCabe, per difendersi, ha sostenuto di avere le prove di aver informato il suo capo James Comey del suo “rapporto” segreto ai media, ma il suo ex capo lo ha poi “scaricato” in una intervista alla TV ABC dicendo che “ci sono severe conseguenze nel Ministero della Giustizia per le menzogne”. In sostanza, assistiamo “a un astioso divorzio tra i due ex boss dell’FBI che oggi rivendicano di essere Boy Scouts”, li ha irrisi il WSJ. Scherzi a parte, questo filone dell’inchiesta promette ancora molte “pepite” vere. E Trump avra’ materia per chissa’ quanti tweet.

di Glauco Maggi


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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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