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Il Libano, i militari e la lezione di Churchill

Il prezzo della pace

Enrico Paoli

Enrico Paoli

Toscano di nascita, ma romano di adozione (e vocazione) ha iniziato a "imbrattare" pagine al Tirreno di Livorno, scrivendo di sport e spettacoli, passando poi alla Nazione di Firenze. Prima di approdare al Giornale, (edizione toscana) si è divertito lavorando in radio (una passione che non accenna a diminuire nonostante gli anni). A Libero sono arrivato quasi dieci anni fa, per "colpa" di Feltri, transitando per la cronaca di Roma, che ho guidato sino al 2007. Da allora ad oggi politica e Rai.... quanto basta per non annoiarsi....
Il Libano, i militari e la lezione di Churchill

“La pace è una faccenda troppo seria per lasciarla solo ai militari e ai politici”. Quando Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio a Roma,  pensò bene di rovesciare il concetto della celebre frase di sir Winston Churchill  (“La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari”), intervenendo al Meeting di Rimini del 2004, non pensava certo all’attuale situazione del Libano. L’urgenza di allora era l’Iraq e i rapimenti che segnavano la cronaca quotidiana. Il bisogno del presente è quello di rendere stabili aree fortemente a rischio. E la sola presenza delle organizzazioni umanitarie o delle Ong, nelle zone cosiddette calde  non basta a centrare l’obiettivo.   Ecco, se oggi Riccardi fosse in Libano con noi, al seguito del contingente italiano impegnato con l’Unifil, avrebbe modo di rivedere quella affermazione. E lo stesso Sir Churchill cambierebbe idea, essendo stato uno che lo ha fatto mille volte senza mai pentirsene. Se oggi il Libano è quello che è, se il conflitto con Israele resta un vago rumore di sottofondo e non la colonna sonora di tutti i giorni, lo si deve proprio alla presenza di Unifil e al prezioso lavoro dei militari italiani. Che qui non sono una forza occupante, ma cooperante, capace di generare risorse. E se l’immagine dei soldati feriti nel maggio di quest’anno è tutt’altro che seppiata o  resa sfocata dal tempo,  questo non fa velo agli uomini in divisa con il tricolore sulla spalla che tutti i giorni incrociano lo sguardo con i militari israeliani attraverso la rete metallica elettrificata che divide i due Paesi, che non si riconoscono a vicenda. Anzi, li porta ad agire con maggior impegno, essendo ambasciatori di pace senza la feluca in testa. E visto che la pace è davvero una cosa seria, senza militari e politica non si arriva da nessuna parte. Il problema, semmai, subentra quando i militari  devono eseguire gli ordini della politica. E le direttive del momento, senza giri di parole o artifici lessicali, riguardano i tagli decisi dal governo per rimettere in riga i conti dello Stato, provato  dalla crisi economica e dalla speculazione finanziaria.  Tagli che per i militari – almeno per la missione in Libano – significano riduzione del contingente da 1600 unità a 1000, rimodulazione della loro operatività, minor numero di mezzi impiegati e tanta fantasia in più. Tanto per uscire dalla metafora questo vuol dire meno mezzi sul campo operativo, minor assistenza ai contingenti degli altri Paesi, quasi inermi senza il supporto del nostro contingente -   tipo i koreani afflitti dalle Kia che si sino rivelate macchine tutt’altro che  efficienti – e limitazione delle spese per la logistica, pur essendo fondamentale. Insomma taglio dove posso tagliare, ma non toccherò mai l’essenziale. Sono le regole del gioco. Eppure la politica, quella che si fa a Roma inTransatlantico con il risiko, trova comunque il modo di speculare su temi attorno ai quali dovrebbe esserci condivisione e non divisione. Il Fatto quotidiano, bontà loro, ha assimilato i tagli decisi dal  governo  alla riduzione dell’opera di sminamento da parte dei genieri. Eppure quest’opera, funzionale alla definizione  della blu line (il confine fra Libano e Israele stabilito dall’Onu), non verrà toccata. Perché allora fare polemica su questo e non sugli sprechi  veri? Che ci sono, eccome se ci sono. Ma visto che gli sperperi vanno cercati negli interstizi, negli anfratti di un sistema che mette la polvere sotto il tappeto e relega il lavoro dei militari impegnanti all’estero in una breve, è più facile fare polemica con lo spot di turno. Perché non insistere sulla mancata vendita delle caserme dismesse o sulle eccessive spese di rappresentanza? Vista la situazione congiunturale,  forse sarebbe davvero il momento, da parte della politica,  di dire cos’è che vuol fare da grande questo Paese, invece di soffrire ancora della sindrome della Somalia, dove, forse, non siamo stati un esempio, ma un problema legato ad una certa impreparazione. Oggi più che mai è necessario  decidere se i militari sono una risorsa o un problema e se la presenza nello scacchiere internazionale è fondamentale per assicurare all’Italia un peso specifico pari a quello di altri Paesi. Appare quanto mai chiaro a tutti che se non ci sei non conti. Solo i pacifinti, quelli che vanno in piazza con le bandiere arcobaleno e poi menano gli uomini delle forze dell’ordine davanti alle telecamere delle televisioni, che dei teatri operativi fanno vedere solo il lato B del film, ma mai quello A, credono alla favola del mondo senza divise. Anche la loro lo è. Ma , soprattutto, è il momento di decidere se la pace è un bene da vendere al mondo o da comprare al mercato della politica.  Forse è meglio essere irresponsabili e giusti che responsabili e ingiusti” diceva Sir Winston Churchill. In Libano abbiamo la perfetta applicazione del concetto dal grande statista inglese. Che magari, oggi, vorrebbe far parte della missione Unifil. In fondo una buona dose di sana irresponsabilità dei soldati (irresponsabilità intesa come consapevolezza del proprio senso di responsabilità), determinata dalle scelte della politica e da una parte dell’opinione pubblica che non si danna certo l’anima per difendere i militari, porta gli uomini in divisa a far cose giuste. Proprio perché la pace è una  cosa seria…

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