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Fiorello e l'illogica allegria della Rai

Vince lo share, non la qualità

Enrico Paoli

Enrico Paoli

Toscano di nascita, ma romano di adozione (e vocazione) ha iniziato a "imbrattare" pagine al Tirreno di Livorno, scrivendo di sport e spettacoli, passando poi alla Nazione di Firenze. Prima di approdare al Giornale, (edizione toscana) si è divertito lavorando in radio (una passione che non accenna a diminuire nonostante gli anni). A Libero sono arrivato quasi dieci anni fa, per "colpa" di Feltri, transitando per la cronaca di Roma, che ho guidato sino al 2007. Da allora ad oggi politica e Rai.... quanto basta per non annoiarsi....
Fiorello e l'illogica allegria della Rai

“Felici per il risultato di  Fiorello, un grande artista della cui performance nessuno dubitava, ma  la proposta di qualità non può essere un fatto episodico nel   servizio pubblico, un grande successo non è una catarsi, occorrono   coerenza e continuità”. Carlo Verna, il segretario dell’Usigrai, il sindacato tendente al rosso dei giornalisti Rai, se non ci fosse andrebbe inventato. E lo dico con affetto, per provata amicizia e stima reciproca. Solo che a volte, pur di tener fede al ruolo, non si accorge di superare la barriera del suono del ridicolo. Sia chiaro, non è che il sottoscritto sia particolarmente innamorato di Fiorello e sia rimasto stregato dallo show del lunedì sera, trattati di un bluff ben riuscito, degno di un giocatore professionista di poker, ma da qui a giocarsi il prodotto per mere questioni di bottega, beh, è una cosa strana. “Dunque scelte di programmazione mai condizionate e risorse  certe che alla Rai non vengono garantite”, afferma ancora Verna, “l’azienda non si aiuta  quando fa porre interrogativi del tipo: la partecipazione di Bobo Vieri a Ballando sotto le stelle può mai valere 800mila euro come scrivono i giornali?”. Ecco, questa semmai è una bella domanda, alla quale noi di Libero abbiamo  provato a dare risposta. Perché nel momento in cui i vertici dell’azienda presentano ai sindacati un piano industriale da lacrime a sangue, manco lo avesse scritto Giulio Tremonti, e le organizzazioni di categoria minacciano lo sciopero, i 12 milioni di Fiorello e gli 800 mila euro di Vieri fanno ira, gridano vendetta. Non si può, insomma, gonfiarsi il petto con gli ascolti e battersi la schiena con la frusta per i conti in rosso. Nel mezzo qualcosa di logico deve pur esserci. E l’uscita  dell’Usigrai non aiuta a fare chiarezza, perché la qualità è da tempo che non alberga più in Rai. E Fiorello non è affatto sinonimo di qualità. Anzi. D’accordo, la dittatura dei numeri, la tirannide dello share, consiglierebbe prudenza. Fiorello ha vinto, evviva Fiorello. I dati - ufficiali, si badi bene - raccontano di quasi dieci milioni di spettatori, pari al 39,1% di share,  incollati davanti al televisore per vedere lo show che, secondo l’Auditel, ha battuto tutti i record di ascolti. Il tutto per la gioia dei vertici Rai, a partire dal direttore generale, Lorenza Lei, che sull’operazione Fiorello si è giocata tutto. A lei gli onori, al suo predecessore, Mauro Masi, l’onere di aver condotto la trattativa. Così va il mondo. 
Eppure “Il più grande spettacolo dopo il weekend”, questo il nome dello show dell’artista siciliano, realizzato nello studio Cinque di Cinecittà, quello di Federico Fellini per intendersi, con tutti quegli ospiti vip che hanno riso a comando,  a beneficio delle telecamere che gli inquadravano, zeppo di parodie viste e riviste, giocate sul dimissionario Silvio Berlusconi e sulla cancelliera tedesca Angela Merkel, non sono un grande spettacolo, ma un modesto varietà. Un deja vù ben fatto, confezionato ad arte, con maestria, ma non venite a dirci che questo circo Barnum da villaggio Med è il nuovo linguaggio televisivo, la nuova grammatica del piccolo schermo, o altre scempiaggini di questo genere. Fiorello, e come per Berlusconi si è parlato di berlusconismo  per l’artista siciliano è necessario parlare di fiorellismo, essendo democristiano dentro, intimamente convinto che sia necessario soddisfare destra e sinistra guardando al centro, non ha fatto altro che riportare indietro di vent’anni le lancette della televisione, tarandole su quanto Mike Buongiorno gli ha insegnato, trasmesso attraverso mille spot, confenzionando una sorta di Gran Varietà, una Canzonissima senza la Lotteria Italia né Corrado Mantoni, di cui avvertiamo la mancanza. Ecco, questo è il gioco al quale ha deciso di giocare Fiorello: propongo un finto nuovo saccheggiando il vecchio. E proprio perché questa è l’equazione uscita dalla prima puntata dal Fiorello show, la convinzione che la Rai abbia speso troppo - 12 milioni di euro in totale, 300 mila euro a puntata il cachet dell’animatore siciliano – è sempre più forte. Se la seconda puntata dovesse rivelarsi un flop che succederà? Se il circo mediatico organizzato per la prima serata dovesse rivelarsi un tendone instabile, chi pagherà il conto? E soprattutto, se il pubblico televisivo, dopo aver scoperto il trucco, chiedesse indietro il prezzo del biglietto, la Rai che farà? L’aver incensato a prescindere lo spettacolo – impagabile Aldo Grasso sul Corriere della Sera: “No, per divertirsi con Fiorello c’è poco da fare, basta lasciarsi trasportare,entrare nell’universo pop del vecchio varietà (niente di più nuovo dell’antico) non fare resistenza”, e allora non è meglio la replica delle repliche degli originali che la rifrittura?– significa che nessuno ha più nulla da dire. Conta soltanto come lo si dice. E come se fossimo diventati tutti dei confezionatori, non degli animali dotati di cervello, muscoli e anima. Massì, allegria a tutti è che Mike, assieme a Corrado, abbia pietà di noi. E allora caro Verna, fate bene a chiedere maggior qualità, ma la posta in gioco è un'altra. E la sensazione che vi stia sfuggendo di mano il pallino è forte tanto quanto l’avversione per la glorificazione di animatore turistico che si crede una star. O viceversa

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