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La lezione di Bernabei e la Rai senza contenuti

alla ricerca della qualità perduta

Enrico Paoli

Enrico Paoli

Toscano di nascita, ma romano di adozione (e vocazione) ha iniziato a "imbrattare" pagine al Tirreno di Livorno, scrivendo di sport e spettacoli, passando poi alla Nazione di Firenze. Prima di approdare al Giornale, (edizione toscana) si è divertito lavorando in radio (una passione che non accenna a diminuire nonostante gli anni). A Libero sono arrivato quasi dieci anni fa, per "colpa" di Feltri, transitando per la cronaca di Roma, che ho guidato sino al 2007. Da allora ad oggi politica e Rai.... quanto basta per non annoiarsi....
La lezione di Bernabei e la Rai senza contenuti

Ettore Bernabei, il sor Ettore per dirla alla fiorentina viste le comuni origini, è uno di quei personaggi dai quali hai solo da imparare.  Nonostante le 90 primavere sulle spalle, che sembrano non pesargli affatto data la lucidità del pensiero e la freschezza d’animo, parla di televisione come pochi altri sanno fare. Perché il sor Ettore la televisione con la T maiuscola non l’ha solo fatta, essendo stato il direttore generale della Rai dal 1960 al 1974 , quando l’emittente di viale Mazzini era l’unica antenna televisiva e radiofonica del nostro Paese, ma l’ha inventata, creata, disegnata come un abito sartoriale sulla pelle degli italiani. In quegli anni la Rai ha prodotto e trasmesso programmi diventanti veri e propri cult televisivi, ai quali hanno fatto da corollario gli sceneggiati tratti da grandi opere letterarie che hanno permesso l’unità linguistica dell’Italia. A Bernabei, insomma, spetta un posto di diritto nel libro della storia della tv italiana. E proprio per quest’ordine di ragioni quando afferma che la Rai di oggi deve recuperare “contenuti” e potenziare quella fascia di dirigenti impegnati sul fronte delle “produzioni” perché la tv di oggi è fatta “dall’80% dall’intrattenimento e solo dal 20% dall’informazione”,  significa che gli attuali vertici di viale Mazzini hanno smarrito la strada. L’occasione per una lunga quanto istruttiva chiacchierata con Bernabei  ce l’ha offerta il deputato del Pdl Mario Baccini, durante la serata di gala della Fondazione Foedus, presieduta dall’onorevole, che da 11 anni si occupa di promuovere nel mondo l’italianità sostenendo l’impresa la cultura e la solidarietà. Vista l’opera svolta da Bernabei, ieri con la Rai oggi la casa di produzione cinematografica Lux Video, miglior premio non poteva essere assegnato. “Il passaggio dall’analogico al digitale rappresenta una svolta epocale per la televisione”, dice Bernabei, “e al termine del percorso resteranno sul campo solo qualche leone e molti felini”. Insomma, sarà il mercato a fare la selezione naturale, profetizza il padre della Rai. Difficile dargli torto. Come è difficile non essere d’accordo con il sor Bernabei quando  sostiene che alla Rai mancano “le idee”. “La televisione che conta è quella che va in onda fra le 21 e le 23”, dice Bernabei, “per questa ragione i contenuti  sono  importanti. Il peso dell’informazione incide solo per il 20% sulla televisione”. Uno spunto interessante sia per la direzione generale che per il direttore di Rai Due  essendo entrambi  alla ricerca di una soluzione, vera non posticcia, per il buco del giovedì sera, creatosi con l’uscita di scena di Michele Santoro. Si parla di Giuliano Ferrara, si fanno anche altri nomi,  ma l’importante è colmare quella lacuna, se davvero si vuol dar peso alle parole di Bernabei e di chi la pensa come lui. Eppoi c’è il caso Minzo. Bernabei, pur sapendo esattamente come stanno le cose e come si sono evoluti i fatti, non entra nel merito della vicenda Minzolini, l’ex direttore del Tg1 silurato dal cda per la vicende dei rimborsi spese, ma fa capire che lui, che di crisi ne ha viste tante, l’avrebbe gestita diversamente. E non solo lui.

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