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A Porta a Porta i cloni di Monti

La prevalenza del grigio

Enrico Paoli

Enrico Paoli

Toscano di nascita, ma romano di adozione (e vocazione) ha iniziato a "imbrattare" pagine al Tirreno di Livorno, scrivendo di sport e spettacoli, passando poi alla Nazione di Firenze. Prima di approdare al Giornale, (edizione toscana) si è divertito lavorando in radio (una passione che non accenna a diminuire nonostante gli anni). A Libero sono arrivato quasi dieci anni fa, per "colpa" di Feltri, transitando per la cronaca di Roma, che ho guidato sino al 2007. Da allora ad oggi politica e Rai.... quanto basta per non annoiarsi....
A Porta a Porta i cloni di Monti
Porta a Porta, il programma di Rai Uno condotto da Bruno Vespa, meglio conosciuto come la terza Camera dello Stato,  a suo modo, è lo specchio del Paese. Certo, come dicono gli esperti questa televisione questa tivvù offre allo spettatore un riflesso deformato, e deformante, tanto del Palazzo, quanto della società in cui viviamo. Un quadro catodico dei vizi privati e delle pubbliche virtù, di governanti, governatori e governati. Un qualcosa di magmatico che Giorgio Gaber chissà come avrebbe descritto oggi. Ma la puntata di lunedì sera, definita da Vespa di servizio essendo stata dedicata ai guai provocati dal maltempo, è andata oltre lo specchio, offrendoci un’istantanea dell’attuale classe dirigente sulla quale dovremmo riflettere. Certo, la serata, forse, non è riuscita a farci capire se il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, avesse torto o ragione  nell’accusare il responsabile della Protezione civile Franco Gabrielli o viceversa, o se gli altri ospiti stessero tirando palle di neve o cazzotti in cielo, ma di tutto ciò, francamente non rimarrà traccia. Ciò che resta è ben altro.
In studio, oltre al primo cittadino della Capitale, c’erano gli amministratori delegati di Eni, Ferrovie dello Stato, Enel, Autostrade e Anas.  Insomma, oltre la metà del sistema infrastrutturale del Paese, spina dorsale sulla quale sono appese le nostra braccia e le nostre gambe. L’immagine che ne è venuta fuori, al di là dei ragionamenti fatti, è stata particolarmente edificante, visto che Scaroni, Moretti, Conti, Ciucci, sembravano tutti dei piccoli Mario Monti. Tutti in grisaglia, tutti con cravatte sobrie, tutti attrezzati di gesti morbidi, parole affettate, con particolare attenzione alle maestranze (le quali hanno fatto soltanto il proprio dovere) chiedendo,  più volte, un applauso per l’impegno di questi giorni. Dedizione al lavoro, spirito di abnegazione, piani di emergenza, pianificazione, emergenza straordinaria, sono state le parole maggiormente usate, anche se dosate all’interno di ragionamenti tecnici, molto spesso criptici. E, come il loro faro guida, smaniosi di apparire in televisione,  tanto rassicuranti quanto telegenici. Ma, soprattutto, era necessario dimostrare all’Italia televisiva che un sistema Paese c’è e chi lo sta pilotando, il governo e i manager, sa cosa fa. Tanti professori per un solo fine: fare in modo che la macchina  funzioni. Ecco, a prima vista, ti viene anche la voglia di dargli ragione, di stare dalla loro parte, tanta è la sapienza nel dimostrare la bontà dei loro ragionamenti, simili  a lezioni accademiche, a “lectio magistralis”. Ma quando le luci della ribalta si spengono, gli amici se ne vanno, di quei professori, cloni di Monti in tutto e per tutto, resta solo il fumo, non l’arrosto. Di quelle belle parole senti l’eco lontano, il profumo speziato con il quale sono state incartate, ma non la sostanza. Di quella, invece, avremmo bisogno. Perché il Paese – quello vero, cioè tutti noi - rimasto senza luce, che la ritrova solo quando si accendono i fari della diretta, o gli spalatori dell’esercito all’opera a notte fonda per far vedere che ci sono anche loro, sono l’esatta rappresentazione di ciò che le parole dei piccoli Monti hanno sino ad allora negato: l’inefficienza di fronte all’emergenza. Ecco, con l’attuale premier, le cose stanno andando pressappoco così. Grandi ragionamenti,  grandi progetti, ma la sostanza tarda a farsi vedere e la crisi si fa sempre più critica. Forse avremmo bisogno di un po’ di quel colore portato nello studio di Porta a Porta da Alemanno, vestito molto casual contro l’omologazione della grisaglia. Chissà se per scelta voluta e medita rivoluzione cromatica. Di certo fuori dal coro. E di questa corale, troppo uniforme, troppo piatta, si comincia ad avvertire un certo fastidio.

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