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Speciale relazione Borrelli: Calciopoli? No, processo a Moggi

Quello del 2006 non fu un processo al calcio, ma un sistematico tentativo di provare certe accuse

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Speciale relazione Borrelli: Calciopoli? No, processo a Moggi
Uno degli errori più comuni che si possono commettere guardando indietro all’estate del 2006 è quello di considerare il risultato delle sentenze sportive che sconvolsero il mondo del pallone come frutto di un processo “al calcio“ stesso (“Calciopoli”, appunto). L’inchiesta dell’Ufficio Indagini della FIGC a firma Francesco Saverio BORRELLI, ha in realtà tratto fonte primaria da due indagini penali: la prima, sfociata in una richiesta di archiviazione della stessa procura, è nata a Torino sugli sviluppi del processo per doping; la seconda, tuttora in corso, ha tratto origine da un’indagine dei Pm NARDUCCI e BEATRICE (poi CAPUANO) della procura di Napoli riguardante il calcio scommesse, per poi spostarsi sul fronte GEA e sui rapporti tra “la famiglia MOGGI” e i suoi presunti associati.

Così si legge a pag. 1 del fascicolo, per non sbagliarsi: “Oggetto dell’indagine espletata. Accertamenti conseguenti agli atti trasmessi dalle procure della repubblica di Torino e Napoli. Stagione calcistica 2004/05”. Per entrambe, inizialmente Luciano MOGGI non era neanche indagato: lo è diventato in seguito, e in maniera tanto preponderante da comportare la sua iscrizione nel registro degli indagati per i reati di associazione a delinquere, corruzione di pubblico ufficiale, sequestro di persona, minaccia e frode in competizioni sportive.

Tutte o quasi le intercettazioni telefoniche disposte hanno avuto come motivazione il tentativo di provare tali accuse. Agli inquirenti non interessava quindi minimamente svolgere un’inchiesta a 360° sul mondo del calcio, scoprendone tutti i vizi e gli eventuali malcostumi (o, essendo indagini penali, reati). Ci si è mossi sì per capi d’imputazione, ma lo si è fatto indagando solo su determinati soggetti. Come conseguenza di ciò, MOGGI è l’unico dei dirigenti sportivi italiani intercettati (di fatto dal settembre
2004 non si sa esattamente a quando, causa continue integrazioni di indagini anche successive alla loro chiusura), assieme all’Amministratore Delegato della Juventus Antonio GIRAUDO: gli altri soggetti, pochi, sono comunque serviti esclusivamente per fare luce sul reato di associazione a delinquere, obiettivo principale delle indagini. Pretendere, con queste premesse, di aver fatto “pulizia” nel mondo del calcio è perciò del tutto pretestuoso e intellettualmente disonesto: non si sono mai approfonditi i rapporti delle altre società con gli arbitri e con i dirigenti arbitrali e federali e sono risultati indagati ed intercettati esclusivamente i fischietti che si presumeva fossero legati alla società bianconera (o alla GEA). Il Milan, per fare un esempio, è entrato nell’indagine penale con lo scopo di dimostrare come esistesse un solo potere, quello “moggiano“, assolutamente dominante: Leonardo MEANI, dirigente accompagnatore dei rossoneri, era solito infatti – nelle sue decine di telefonate giornaliere con assistenti ed arbitri – sparlare dei colleghi bianconeri, rivali quella stagione per lo Scudetto. E’ sostanzialmente per questo che MEANI è intercettato, tanto è vero che nei suoi confronti e in quella dei suoi interlocutori abituali non vi è incredibilmente alcuna ipotesi di associazione a delinquere (e alcuni di questi, COPELLI e MORGANTI per fare due nomi, sono addirittura ancora in attività, a differenza di colleghi più “sfortunati“). Se “potere milanista” ci fu, fu un contropotere “di resistenza”.

Stesso discorso, sostanzialmente, si può fare per i dirigenti di Fiorentina, Lazio, Reggina e Messina: sono tutti strumentali a dimostrare l’esistenza di un “sistema Moggi”. Le squalifiche? Danni collaterali. Se, per finire, servisse ancora una prova su chi fosse l’obiettivo unico delle indagini penali (MOGGI e non “il calcio“), basterà ricordare l’ormai famosa frase “Piaccia o non piaccia agli imputati non ci sono mai telefonate tra BERGAMO o PAIRETTO con il signor MORATTI, o con il signor SENSI o con il signor CAMPEDELLI, presidente del Chievo…” pronunciata dal Pm NARDUCCI il 27 ottobre 2008 durante la prima udienza del processo con rito abbreviato (quello a GIRAUDO e altri 10, per capirci). Delle oltre 180mila intercettazioni disposte, ne sono state esaminate (ed utilizzate) una quarantina, selezionate tra quelle utili a sostenere l’impianto accusatorio contro MOGGI e associati. Tutto ciò che possiamo ricostruire oggi, insomma, è semplicemente dovuto alle telefonate “indirette” compiute da altre società nei confronti dei soggetti indagati.

Se si sono trovate telefonate dell’Inter, è unicamente perché dirigenti dell’Inter intrattenevano rapporti telefonici con soggetti finiti sotto inchiesta (i designatori BERGAMO e PAIRETTO, il presidente dell’AIA Tullio LANESE, l’arbitro Massimo DE SANTIS). Mai si è intercettato un loro telefono. Stessa cosa vale per il Milan: mai si è monitorata l’utenza dell’AD Adriano GALLIANI, né tantomeno (per evidenti motivi) di Silvio BERLUSCONI. Mai, infine, sono state ascoltate le telefonate dei cellulari dei dirigenti della Roma. Per pretendere di capire realmente e in maniera seria le dinamiche di potere del mondo del calcio, sarebbe stato il minimo. Il termine Calciopoli risulta perciò il primo grande inganno di questo processo. E’ scritto nero su bianco cosa fu. Guardare per credere.

di Antonio Corsa

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Luciano Moggi

Luciano Moggi

Luciano Moggi nasce il 10 luglio 1937 a Monticiano, in provincia di Siena. Manager e dirigente sportivo del mondo del calcio, è noto al grande pubblico per aver ricoperto dal 1994 al 2006 la carica di Direttore Generale della Juventus. Attualmente è collaboratore del quotidiano Libero

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