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Lite a cena sui telefoni fra Agnelli e Berlusconi. Venti anni dopo De Benedetti-scoop

L'ingegnere si scandalizza perchè il Cav disse all'avvocato: "la Stet è mia". Però poi fu regalata a Torino

Franco Bechis

Franco Bechis

Torinese classe 1962. E' stato direttore del Tempo, Italia Oggi e Milano Finanza. Attualmente è Vicedirettore di Libero
Lite a cena sui telefoni fra Agnelli e Berlusconi. Venti anni dopo De Benedetti-scoop

L’episodio è raccolto nel bel libro “Eutanasia di un potere” di Marco Damilano.  E’ Carlo De Benedetti a raccontare una cena finora restata inedita, appena Silvio Berlusconi approdò a palazzo Chigi nel 1994. E lo fa naturalmente scandalizzato: “Nel 1994 ci fu una cena organizzata da Agnelli in casa sua. Intorno al tavolo c’eravamo io, Marzotto, Romiti, Lucchini.Era una sorta di introduzione del Berlusconi premier di fronte all’establishment confindustriale. Agnelli gli dava del lei: ‘Adesso che è arrivato a palazzo Chigi, la prima cosa che Lei deve fare è la privatizzazione della Stet’ (la società che controllava tutti i telefoni italiani). Romiti si accodò immediatamente: ‘Assolutamente d’accordo con l’Avvocato, quello è un simbolo’. Berlusconi li bloccò subito: ‘Quella azienda ora è mia, va bene. Perché dovrei venderla?’. Il suo concetto politico era che lui era diventato lo Stato, non capiva perché bisognasse privatizzare”.

De Benedetti è colpito nel racconto da questo identificarsi di Berlusconi con lo Stato, tanto da dire “la Stet è mia”. Sinceramente, quel che colpisce è l’esatto opposto, che spiega assai meglio la storia di Italia. Un premier nuovo nel 1994 era appena stato eletto a sorpresa. Nel libro lo stesso De Benedetti rivela che a gennaio 1994 Agnelli pronosticava per Berlusconi al massimo il 3% dei voti. L’ingegnere era più generoso: il 10%. Berlusconi invece vinse, e un minuto dopo i veri padroni di Italia invitarono a cena il nuovo regnante imprevisto e gli ordinarono di vendere a loro la più grande azienda di telecomunicazioni del paese. In fondo Berlusconi era un industriale: non gradito, ma uno di loro, quindi doveva obbedire e in fretta. Lui non lo fece- e sì, disse in modo assai poco elegante e privo di cultura e di senso dello Stato: “La Stet ora è mia. Non ve la vendo”. Dopo averlo detto perse palazzo Chigi. Nel 1996 al governo salì Romano Prodi. E vendette la Stet agli Agnelli a prezzo di supersaldo. Quelli con il senso dello Stato portarono via dallo Stato il suo bene più prezioso, pagandone (poco) solo lo 0,67%, ma comandando. Non seppero fare nemmeno quello e dopo qualche anno dovettero gettare la spugna e trovarono chi aveva senso dello Stato che fece lievitare quel loro minimo investimento grazie all’Opa di Roberto Colaninno. Viva il senso dello Stato! Ogni tanto questi racconti che emergono dopo venti anni sembrano tanto simili a quelle storie popolari in cui il bue dà del cornuto all’asino…

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Commenti all'articolo

  • Adrianavarela

    17 Febbraio 2012 - 13:01

    Ecco, io non capisco proprio come facciano a pontificare ancora certi imprenditori alla DE Benedetti con tutti i danni che hanno causato le loro imprese alle finanze pubbliche (ricordate la storia dei computer alle Poste?)

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  • Martina Rovati

    11 Febbraio 2012 - 14:02

    Incredibile, privilegiati anche da morti... e questo sarebbe il partito del popolo?

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  • Martina Rovati

    11 Febbraio 2012 - 11:11

    Notizia-capolavoro. Come mai nessuno l'ha ripresa sui giornali? Eppure dice tanto sulla storia di questi anni in Italia..

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  • Waltrawley

    03 Febbraio 2012 - 15:03

    Mi sembra che nelle parole di Silvio Berlusconi come in quelle dell'avvocato Agnelli ci sia la stessa cosa. Si credono Luigi XIV e urlano: l'Etat c'est moi!

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