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Rutelli: no sull'acqua, il Pd rinnega se stesso

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Rutelli: no sull'acqua, il Pd rinnega se stesso
Alle prese coi suoi due cani, in un sabato di tutto riposo, Francesco Rutelli fa il punto sui referendum e non solo. Intanto quelli sull’acqua: «Non sono veritieri». Alleanza per l’Italia «lascerà libertà di voto, ma io voterò “no”». Il Partito democratico? «Si è rimangiato la linea che aveva per inseguire posizioni movimentiste. La legge che si vuol abrogare è al 100% quella che avevamo voluto quando eravamo al governo». E sullo scenario politico, lancia un segnale di distensione non da poco: «Non voglio lo scalpo di Berlusconi, ma che si chiuda al più presto una stagione».

Partiamo dai quesiti sull’acqua. Insomma non è vero che si vuole privatizzare?

«È falso. Se passano i “sì” diventerà più difficile avere acqua a buon mercato e investimenti in un settore per il quale non possiamo chiedere ai cittadini di pagare costi che il pubblico non può sostenere. Toccherà all’Autorità, da poco istituita, vigilare che non ci siano abusi. Lo slogan per cui l’acqua deve restare pubblica è solo simbolico. L’acqua è pubblica e resterà tale».

Il Pd, invece, si è espresso per il “sì”. Ma la liberalizzazione dei servizi pubblici non era stata una battaglia del governo Prodi?

«Si è rimangiato tutto la linea. Il Pd non ha più la capacità di arginare posizioni movimentiste. Che sono suggestive, ma non oggettive. Se vogliamo tariffe più basse, ci vuole più, non meno concorrenza».

E sugli altri quesiti, cosa voterà?

«“Sì” sul nucleare e “sì” sul legittimo impedimento, anche se il quesito è diminuito dalla decisione della Corte Costituzionale. Ma senza una norma costituzionale, il referendum è utile».

Pd e Idv guardano ai referendum come alla possibilità di dare la spallata al governo. Se vincono i “sì”, il premier deve lasciare?

«Il referendum non c’entra nulla con il governo. Anche se un’affermazione dei “sì” sarebbe una sconfessione netta delle sue politiche. Soprattutto sul nucleare, dove, anziché far proprio il mio emendamento soppressivo, ne hanno approvato uno che ha obbligato la Cassazione a far rientrare il referendum dalla finestra».

Però è allo studio un nucleare “pulito”, di quarta generazione. Il referendum non rischia di chiudere quella strada?

«La ricerca sul nucleare non si deve fermare. Ma dopo Fukushima e l’affiorare delle minacce asimmetriche, di cui parlerò martedì alla Camera in un convegno promosso dal Centro per un Futuro Sostenibile, questo nucleare è fuori mercato. Lo dimostrano la possibilità di attacchi terroristici contro le centrali oppure i cyber virus che hanno paralizzato il nucleare iraniano. Il livello di sicurezza va alzato. E per garantirlo, i costi sono insostenibili. Se poi, tra quindici anni, arriverà una generazione di nucleare che abbia risolto i problemi delle scorie e della sicurezza, ben venga. L’Europa, peraltro, ha confermato un investimento di 17 miliardi di euro sulla fusione nucleare».

Veniamo alla elezioni amministrative: i vincitori sembrano essere Vendola e Di Pietro. E il Terzo polo che fine fa?

«Api ha ottenuto in media il 2,4%. Ha eletto 8 sindaci e 135 consiglieri, quadruplicando gli eletti. E non c’è sondaggio che non dia il terzo polo almeno al 13%».

I sondaggi, però, non sono voti.


«Ricordo che in Sicilia una settimana fa il Terzo polo ha raccolto il 30%. E dove ci siamo presentati abbiamo preso più voti dei singoli partiti. Dopo di che, il dato è un altro. C’è stato uno spostamento nel centrodestra: una parte degli elettori non è andata a votare e una parte ha votato Terzo polo. Poi è chiaro che le amministrative sono elezioni molto bipolari. Creare uno spazio tra i due poli è difficile. Ma abbiamo iniziato.. Ora dobbiamo consolidare questa intesa».

Intanto nel Pd si comincia a pensare che si può vincere anche senza il Terzo polo, solo con Sel e Idv. Sbagliano?

«Forse, con questa legge elettorale,  potrebbero farcela alla Camera. Ma non al Senato. E comunque il problema è di sostanza. L’idea che si torni all’Unione è folle. Nell’ultimo governo Prodi, Rifondazione ci obbligò a ripristinare lo scalino previdenziale con un costo di 10 miliardi in 10 anni. Per me quell’esperienza è chiusa. Un conto sono gli enti locali, altro è il governo del Paese. Con quella formula non ce l’abbiamo fatta nel 2006-2008, sarebbe impossibile per chiunque nel 2013 di fronte a problemi molto più grandi e più gravi».

Allora cosa farà il Terzo polo?

«Il nostro compito non è una posizione pendolare. Ma indicare una agenda su cui raccogliere i riformisti dei due poli. Io non voglio l’eliminazione di Berlusconi. Se conclude questa legislatura, taglia il ventennio. Per caso vuole proporsi per un venticinquennio? Non credo alla soluzione giudiziaria, ma dobbiamo voltare pagina e dare all’Italia un governo moderato e riformista».

Cosa vuol dire che non vuole l’«eliminazione» di Berlusconi? E’ disponibile ad un salvacondotto, se il premier si dimettesse?

«Intendo dire che non mi interessa lo “scalpo”. Non sono per una conclusione persecutoria, ma politica. Il primo passo, però, deve farlo lui».

Un passo indietro di Berlusconi potrebbe, però, riportare Casini e Fini nel centrodestra. Oggi Scajola propone un partito con l’Udc. Non teme questo scenario?

«Io credo accadrà il contrario. Molti moderati guarderanno al Terzo polo, vedendo che nel centrodestra non c’è via d’uscita. Mentre nel Pd vedo l’illusione di riproporre un profilo marcatamente di sinistra. Cosa che aprirà praterie ai moderati».

Se il governo va in crisi, serve un esecutivo di transizione o bisogna andare a votare?

«Se ci sono le condizioni per iniziare subito una terapia per l’economia, l’occupazione, il ritorno alla crescita, bene. Se no, si farà dopo, ma, purtroppo, con più morti e feriti».

Bersani è pronto a candidarsi premier. E’ una soluzione che lei accetterebbe?


«È una legittima ipotesi di una coalizione di sinistra. Noi andremmo al voto con una nostra coalizione e candidatura». 

Il Tar ha multato il Comune di Roma per la vendita della Centrale del Latte, fatta quando lei era sindaco. Fu un errore?

«Assolutamente no. Prima di quell’operazione, la Centrale del Latte aveva un deficit di 20-30 miliardi all’anno. Da allora il Comune ha incassato non so quanti dividendi, ha garantito gli allevatori, l’occupazione, la qualità del prodotto. Se anche il Comune, oggi, dovesse pagare 8 milioni, ne incasserebbe 10 volte tanto».

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Commenti all'articolo

  • armatan

    11 Giugno 2011 - 17:05

    degno sostituto di Capezzone !

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  • tenace

    08 Giugno 2011 - 18:06

    Rutelli non rinnega se stesso, è sempre stato così !!!! E' da 30 anni che ci prende allegramente per i fondelli, prima radicale, poi verde, poi margheritino, poi PD, ora terzo polo, domani chissà ... gli unici a dargli credito sono stati quei babbei dei radical-chic romani, lui ne ha approfittato per farsi gli affarucci suoi e c'è sempre riuscito alla grande !!! Adesso dice no al referndum sull'acqua perchè deve difendere gli interessi di qualche suo amichetto romano che gli fa da prestanome in qualche società dell'acqua ...

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  • laghee

    07 Giugno 2011 - 22:10

    Sento spesso in questi tempi parlare di 60/65 miliardi di euro da investire per gli acquedotti italiani che perdono acqua da tutte le parti. Mi piacerebbe sapere se tale cifra è gia comprensiva delle varie tangenti (20-30%) che sindaci e assessori vari pretenderanno per le loro tasche !

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  • costantino della malghera

    07 Giugno 2011 - 18:06

    Voglio soltanto far notare una cosa ai leghisti, in ogni paese federale moderno non esiste la dispersione dei ministeri nel territorio, anzi tutto il contrario i ministeri, come tutti gli uffici statali vengono concentrati in un solo luogo: Washington, Berna, Brasilia ecc. che si chiamano, non a caso: Distretti federali. La proposta della Lega è ridicola, populista e demagogica. I ministeri, così come gli uffici del capo dello stato, del capo del governo ecc. devono rimanere nella stessa città, che senso avrebbe mandare il ministero delle finanze a Milano, quello della cultura a Firenze o quello del turismo a Napoli? Soltanto per pagare nuovi affitti, pagare le missioni dei ministri e loro burocrati a Roma, dove comunque rimarrebbero camera e senato. Con tutti i problemi che abbiamo in Italia bisogna accollarci anche le spese degli spostamenti di uffici importanti al nord solo per fare un po' di pubblicità elettorale alla Lega? Una vera e propria idiozia.

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