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Acqua ai privati? Sei mesi fa il Pd era d'accordo

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Acqua ai privati? Sei mesi fa il Pd era d'accordo
L’acqua è un «bene pubblico» che va tutelato. Per questo bisogna garantire «un servizio efficiente e di qualità, remunerato con tariffe eque». Come? Per esempio si può stabilire che gli enti locali affidano la gestione dell’acqua «a soggetti privati, pubblici e misti», «secondo criteri di efficacia, efficienza ed economicità». Avete capito bene: «Privati, pubblici e misti». Questi soggetti devono rispondere a precisi «obblighi» su servizio e tariffe. Un’Autorità indipendente, poi, sorveglierà su come questi gestori («pubblici, misti, privati») svolgono il loro compito. E se sgarrano, addio affidamento. Altro che rendere pubblica la gestione dell’acqua o cancellare la «remunerazione» del gestore. Solo sei mesi fa, il 16 novembre 2010, il Partito democratico la pensava così sull’acqua. E lo metteva nero su bianco in un disegno di legge presentato alla Camera dei Deputati: “Disposizioni per il governo delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico”, numero 3865. Il primo firmatario è Pier Luigi Bersani, seguono Dario Franceschini e tutti i deputati del gruppo. Lo stesso testo era stato presentato al Senato da Anna Finocchiaro, Filippo Bubbico, il vero autore della legge, e da altri senatori del Pd (numero 2462). Segno di come l’iniziativa fosse di tutto il partito. Era stato Bersani, in una conferenza stampa, a spiegare il senso dell’iniziativa. La campagna per i referendum sull’acqua era nel pieno. Il Pd, con un sussulto riformista, aveva però deciso di non cavalcarla. «Da 15 anni», aveva spiegato il segretario, «si perdono tutti i referendum e in buona parte diventano un boomerang». Dunque, pur esprimendo «simpatia» per coloro che si battevano contro la privatizzazione, si diceva certo che «il referendum non aiuta a trovare una soluzione». Perciò, avevano deciso di presentare quella proposta. Che poi era stata ripresa in volantini distribuiti nei circoli e che ancora oggi si possono trovare in bella mostra all’ingresso del Nazareno.

Passano sei mesi. Ci sono le elezioni amministrative. La consultazione del 12-13 giugno acquista un valore politico. Il quorum si potrebbe raggiungere. Vogliamo, forse, perdere questo treno? Ma certo che no. E allora Bersani decide di associarsi ai referendari. Per dire cosa? Il primo quesito sull’acqua propone di riportare tutta la gestione dell’acqua in mano pubblica. Così, almeno, lo spiegano i promotori. Peccato che all’articolo 9, comma 1, lettera a,b,c del ddl del Pd si stabiliva che l’ente locale può affidare il servizio a tre tipi di soggetti: «Società a capitale interamente pubblico», «società a partecipazione mista, pubblica e privata» e «società di capitali», a patto che avvenga tramite gare. Il secondo quesito, su cui il Pd è ancora per il “sì”, vuole cancellare la norma per cui parte della tariffa serve a remunerare il capitale investito (così che il privato ha interesse a entrare nella gestione). All’articolo 10, comma 2, lettera “e” del ddl a firma Bersani si spiegava, però, che la tariffa, stabilita dall’Autorità, deve tener conto «della qualità del servizio», «del costo delle opere» e «di gestione», ma anche «della remunerazione dell’attività industriale». Spiega Bubbico: «È come quando fai la manutenzione di una scuola. Devi tener conto del costo dell’opera, ma devi metterci anche l’utile dell’impresa. Perché non può farlo a costo zero. Se no, fallisce». Lapalisse. Diversamente, non trovi nessuno che faccia quel servizio. E la scuola va in malora. Non è uno scandalo, spiega Bubbico, se un gestore fa dell’utile. Il punto è «dare la possibilità agli enti locali di estromettere i gestori inefficienti, che siano privati o pubblici. E questo è il cuore della proposta del Pd». O meglio: era. Visto che la linea del Pd, ora, è un po’ diversa. Hanno cambiato idea? No. Semplicemente ora la priorità è un’altra: dare la «spallata» a Berlusconi. E se per farlo bisogna dire che l’acqua deve tornare tutta in mani pubbliche, pazienza.


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