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Il Pd vuole l'acqua pubblica. Ma anche privata.

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Il Pd vuole l'acqua pubblica. Ma anche privata.
Non hanno cambiato idea, no. Il Partito democratico è sempre stato e continua a essere per un «governo pubblico dell'acqua e quindi per un fortissimo ruolo del pubblico nella programmazione». Anche se poi non è affatto contrario ad affidare la gestione a a società miste pubblico-private o anche totalmente private. L'ardita linea del Pd è spiegata in una lettera mandata a tutti i parlamentari democratici dal Dipartimento organizzazione del partito. Viste le polemiche, si cerca di dare degli argomenti per spiegare la posizione del Pd. Il titolo è assertivo: «Sì per l'acqua pubblica e contro la privatizzazione forzata voluta dal governo Berlusconi». E fin qui ci siamo. «L'acqua», si legge, «è: insostituibile per la vita, scarsa e perciò da tutelare, servizio essenziale che deve essere garantito a tutti i cittadini». Affermazione che nessuno nega. Si passa, poi, ad attaccare il governo che «si dimostra federalista solo a parole, dal momento che impone dal centro un obbligo di vendita a tutte le comunità locali». Anche se di obbligo di vendita, nel decreto Ronchi, non c'è traccia. L'obbligo è alla gara. «Il referendum», continua la lettera, «ha un grande valore nella difesa dell'acqua come bene pubblico e nella battaglia contro la privatizzazione forzata, c'è una idea di bene comune, di tutela e solidarietà, di equità e partecipazione dei cittadini alle scelte che è la nostra».

Esaurita la propaganda, si ammette che «i referendum sull'acqua, al contrario di quello sul nucleare, non risolvono la questione». Serve un «intervento legislativo successivo». E si cita la proposta di legge presentata dal Pd alla Camera e al Senato, di cui Libero ha dato conto ieri, che punterebbe ad «affermare il governo pubblico dell'acqua». La citata proposta, però, non dice questo. Nemmeno il titolo che, infatti, correttamente recita: “Disposizioni per il governo delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico”. E si apre a tutte le tipologie di gestione: pubblica, mista e privata.

Fa niente. Nella missiva ai parlamentari si sostiene che la proposta di legge del Pd prevede un «governo pubblico dell'acqua e un fortissimo ruolo del pubblico nella programmazione, nella regolazione e nel controllo» (con «pubblico» in grassetto). Negare un testo che chiunque può consultare, però, è complicato. E allora, in conclusione, si aggiunge: «L'importante è che ci sia un binario ben definito dal pubblico, all'interno del quale le comunità locali, attraverso i sindaci, possono decidere se affidare la gestione ad una società a totale capitale pubblico, una società con partecipazione dei privati o a società di capitali individuate attraverso gare». Dunque, il Pd non è affatto contrario ad affidare la gestione a società private o miste. Il «pubblico» è solo una cornice. Ma poi i sindaci, si spiega, possono affidare la gestione dell'acqua anche a privati. Che non è esattamente la posizione del Forum per l'acqua pubblica. E non corrisponde nemmeno agli slogan dei sostenitori del “sì”. «La lettera», commenta uno a cui è arrivata, «assomiglia a quei monaci che trovandosi il venerdì senza pesce prendevano la carne prima di mangiarla e pronunciavano la formula “Ego te baptizo piscem”». Ma la carne resta carne.

 

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