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Le domande inquiete di Veltroni

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Le domande inquiete di Veltroni
Gli incroci della storia, all’apparenza casuali, a volte illuminano il senso dei fatti.  L’intuizione, o meglio l’umanissima ricerca di significato da cui parte l’ultimo libro di Walter Veltroni, è questa. L’11 giugno 1981 un bambino di sei anni, Alfredino Rampi, cade in un pozzo. Lo stesso giorno Roberto Peci, fratello del primo brigatista pentito, viene rapito da una cellula delle Br. Entrambe le storie finiranno male. Tutte e due useranno o saranno usate dai media e in particolare dalla televisione. Dopo entrambe, la tv non sarà più la stessa. L’Italia non sarà più la stessa. La storia di Alfredino entrerà nelle case di tutti gli italiani per ore e ore. La diretta televisiva più lunga che ci sia mai stata. <A Vermicino è cominciato il reality>, come scrive Veltroni. Ed è finito il <diritto allo strazio>. Il rapimento e la morte di Peci sono specularmente opposti. Saranno filmate dagli stessi brigatisti che le invieranno alla Rai perché le mandi in onda, anticipando la follia dei sequestri in nome della Jihad. Ma la tv, diversamente dal caso di Alfredo, le ignorerà. La stessa indifferenza del Paese, dello Stato, verso questo giovane uomo. In tutte e due le storie, mediaticamente opposte, la tv gioca un ruolo decisivo.  In presenza e assenza. 
Sono state scritte decine di libri su Vermicino. E altrettanti sulle Br, come sul sequestro Peci. La novità del libro di Veltroni è, innanzitutto, l’idea di metterle insieme. Addirittura di “montarle”, come fosse un film, in modo incrociato: i capitoli alternano la storia di Alfredo a quella di Roberto. Il risultato è un crescendo emotivo, drammatico. Ma non è solo una scelta di stile. Il montaggio incrociato risponde all’intuizione che dà origine al libro. Perché un mondo che è riuscito ad andare sulla luna si perde nel tentativo di tirar fuori un bimbo da un pozzo?  <La scienza sembrava capace di convivere con la natura. Ora milioni di persone tifano perché la macchina sia più potente della terra (…) Siamo invicibili, lo abbiamo dimostrato. Ma a Vermicino non è così>.  Perché in nome di ideali sacrosanti si uccide un uomo, colpevole solo di avere lo stesso sangue di un altro? Come ha fatto l’Italia, come abbiamo fatto noi, a finire in questo buio? Come è possibile che Dio permetta questo?
Di fronte al male, specie quello innocente, la domanda delle domande si impone. In questo senso Alfredino e Roberto sono uguali. Innocenti. Le loro storie urlano questa domanda.
Quello di Veltroni, però, non è un saggio. Ma un libro-inchiesta. E qui c’è l’altra novità. Abbiamo conosciuto il Veltroni politico, il Veltroni romanziere. Con “L’inizio del buio” Veltroni torna (perché da lì ha iniziato) a fare il giornalista. Ed è anche un omaggio al padre Vittorio, celebre giornalista della Rai, a cui non a caso dedica il libro. Così, con la puntigliosità del reporter, Veltroni mette insieme verbali dei vigili del fuoco, articoli di giornale, ma soprattutto – ed è la parte più preziosa del lavoro - decine di testimonianze. Quella dei genitori di Alfredo, Franca e Ferdinando Rampi. Quelle di Roberta e Antonietta, figlia e moglie di Roberto Peci. Incontra il proprietario del pozzo, Amedeo Pisegna, i vigili del fuoco che lavorarono a Vermicino, gli spelelogi che si occuparono dei primi tentativi. Parla con il professore Evasio Fava, primario di anestesia e rianimazione del San Giovanni che prestò i soccorsi ad Alfredo. Va a casa di Nando Broglio, il vigile che per ore con la sua voce tenne legato Alfredo al mondo di fuori. E poi giornalisti che condussero quella diretta. Tutti i protagonisti di quei giorni. E scopre che quel fatto, accaduto 30 anni fa, ha segnato a volte la vita, sempre la memoria di ciascuno. <Ricordo i lamenti. Quei lamenti. Non mi hanno mai lasciato>, racconta il professor Fava. Angelo Licheri, un altro che cercò di infilarsi in quel cono di terra, per anni ha sognato la morte, <sai, quella del Settimo Sigillo>. Nelle notti di Maurizio Monteloene, speleologo, c’era invece la mano che prendeva Alfredo. 
E’ un libro-inchiesta, ma anche di più. Perché nel ricostruire, minuto per minuto, queste due storie, dando conto degli errori tecnici e delle scelte politiche, delle grandi generosità e delle tante opacità, facendoci rivivere fotogramma per fotogramma la lunga diretta di Vermicino e l’agonia di Roberto Peci, Veltroni fa anche altro. La forma giornalistica viene continuamente forzata dal bisogno di immedesimarsi. E perciò di capire. Cosa avrà pensato Alfredo mentre è caduto? E cosa mentre era là sotto da ore e ore? Cosa avrà provato dopo che la mamma gli aveva promesso che era solo questione di minuti, di mezz’ora e invece passavano le ore, i giorni? Cosa si sarà detto Roberto nel bagagliaio di quella 127? E cosa quando Giovanni Senzani lo ha filmato, chiedendogli di recitare il dolore che già lo uccideva? Fino a chiedersi, con un salto logico solo apparente: <Come è morto Gesù? Che rapporto ha avuto con la fine della sua vita terrena?>. Questo tentativo di calarsi nella mente e nel cuore dei due innocenti, Alfredo e Roberto, e poi nell’Uomo che incarna, per antonomasia, il dolore senza colpa, potrebbe sembrare ingenuo. O troppo ambizioso. E’, invece, la bellezza del libro. Perché solo immedesimandosi, solo rischiando di entrare nella pelle di un altro, si può cercare di capire qualcosa. Di lui, ma soprattutto di noi.
Non ci sono, ovviamente, risposte. Tutti i “perché” – esistenziali, scientifici, giornalistici, tecnici, storici, politici - restano tali. Perché di fronte all’abisso del male, all’inizio del buio, non può esserci una risposta esaustiva. Ma a renderci umani, vien da pensare alla fine, è proprio la voglia di mettere in fila queste domande. Di lasciare che ci trafiggano. E ci lascino sempre un po’ inquieti.



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