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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
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Faceva uno strano effetto, oggi, Montecitorio. Nel primo pomeriggio l’Aula si presentava così: banchi del governo semi-deserti. Solo Laura Ravetto, che spiccava per il bianco lucente della sua giacca, Bruno Cesario, diligente neo-sottosegretario dei Responsabili. E lontano, in fondo a sinistra, in un angolo, lo sposino novello: Renato Brunetta. In ben altri pensieri affaccendato. Un’ora più tardi arrivano Giulio Tremonti e Umberto Bossi. Ma il pienone non c’è. E fa impressione il posto in mezzo lasciato vuoto. Quello del premier.
Anche nell’opposizione, del resto, c’era un’aria depressa. Roberto Giachetti, maestro delle più ingegnose tecniche ostruzionistiche, improvvisamente disoccupato, cercava consolazione in cortile da Paolo Gentiloni. Dario Franceschini girava in lungo e in largo per il Transatlantico al telefono. Massimo D’Alema evitava i cronisti. Come sempre (è una garanzia).  Chi si fumava una sigaretta, chi si mangiava una fetta di cocomero. Chi faceva il conto di quanti giorni mancano alle ferie. Chi leggeva il giornale in Aula, chi si accasciava sui banchi ascoltando l’ennesimo intervento responsabile.
Ecco il punto. La ragione della depressione bipartisan. La Responsabilità. Parola che ormai fa venir l’orticaria. Ok. Diciamo che ultimamente si è logorata.  Dici Responsabilità e pensi alla compravendita dei voti e a quota 314. D’accordo. Però. Giorgio Napolitano se n’è fregato (segno di libertà e autonomia) e l’ha usata. Ha chiesto a tutti una prova di responsabilità. Parola che viene da “rispondere”. La virtù di rispondere a qualcuno. Di essere capace di risposta. In questo caso, vuole dire rispondere al Paese. Napolitano ha chiesto a tutti, maggioranza e opposizione, di rispondere al Paese. Di fare il bene di questo Paese.
Ma siamo talmente disabituati a rispondere a qualcuno che non sia “io”, che quando ci tocca farlo, ci incavoliamo.  Non capiamo perché. Come mai dovrei rinunciare al mio interesse? Come mai non dovrei mandare all’aria questo governo nel suo momento peggiore, si chiedono i democratici? Come mai dovrei mettere la faccia su tasse e sacrifici, anziché costruire consenso, si chiedono nella maggioranza? Napolitano ripete: per fare l’interesse del Paese. Seeeee… Troppo astratto. Non si capisce cos’è, questo interesse. O questo Paese.
E i politici non sono peggio di noi. Via, non siamo così anche noi? Perché dovrei fare il tuo interesse anziché il mio? Chi sei tu per chiedermi di rinunciare al mio interesse? A me stessa? A quello che voglio in questo momento? Al mio desiderio? Io, prima di tutto.
Siamo così. Egoisticamente, narcisisticamente, disperatamente schiavi dei nostri piccoli interessi. La beffa è che poi, alla fine, proprio quelli ci deludono.
Perché se li perseguiamo, subito dopo torniamo infelici. Insoddisfatti. In cerca di un altro, nostro, ridotto interesse. Inevitabilmente piccolo. Alla fine deludente.

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