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Bersani scarica Di Pietro. Fino a primavera.

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Bersani scarica Di Pietro. Fino a primavera.

È presto per dire che la “foto di Vasto” (sugello dell’alleanza Pd, Sel, Idv) è stracciata. Certo è che ieri, all’edizione serale del Tg3, il segretario del Partito democratico l’ha stropicciata un bel po’. «Per me “Italia” significa in primo luogo i lavoratori, i ceti  più deboli che nel caso di una catastrofe sarebbero i primi a pagare», ha detto. Ha riconosciuto a Nichi Vendola e allo stesso Antonio Di Pietro di aver avuto, fino ieri, «parole ragionevoli». «Ma questa sera da Di  Pietro ho ascoltato affermazioni che non condivido. Se quella è la posizione andrà per la sua strada». Il leader dell’Idv aveva definito «truffaldino» il modo scelto dal governo per trovare soldi. «Per fare una manovra così», aveva detto, «era capace pure Berlusconi». All’ultimatum di Bersani, Di Pietro ha risposto per le rime, accusandolo di «atteggiamento intimidatorio e ricattatorio, lontano anni luce dal  Paese reale che soffre».

Lo scontro consumatosi al tg della terza rete, non a caso di fronte a una platea presumibilmente di simpatizzanti del Pd, racconta bene il travaglio in corso nei Democratici. E la risposta che Bersani, per ora, sta cercando di dare. Di Pietro, infatti, dà voce al malcontento che c’è anche nell’ala più a sinistra del Pd. La stessa che insiste per marcare le distanze dal governo Monti, per considerarlo un governo, se non nemico, «altro da noi». Al coordinamento dell’altra sera Cesare Damiano e Stefano Fassina hanno insistito sui punti «inaccettabili» della manovra. Soprattutto il primo ha messo in chiaro che se non ci saranno modifiche, «sarà complicato votarla». Ma anche Ignazio Marino e gran parte dei franceschiniani, sia pure in modo più morbido, sono su questa linea. Dalla parte opposta ci sono Walter Veltroni e Enrico Letta che, pur ritenendo necessarie alcune modifiche, vedono il pericolo di un Pd tentato dall’appoggio “esterno” (o freddo) al governo Monti. L’ex segretario non era alla riunione. In compenso è intervenuto Paolo Gentiloni che ha proprio centrato il punto: «Non possiamo metterci di considerare quello di Monti un governo nemico. Siamo stati noi a volerlo, a lavorare perché nascesse. Sarebbe curioso che ora fossimo noi a indebolirlo». Come dice il veltroniano Alessandro Maran, «bisogna partire dall’idea che giovedì l’Italia rischia il fallimento. Se si capisce questo, questa manovra si vota. E di corsa». Posizioni fortemente sostenute dalla rivista on-line “Qualcosa di riformista”, punto di raccolta dei liberal del Pd, che nel nuovo numero ha tre articoli, uno più a favore di Monti dell’altro. 

Bersani sta cercando di imboccare una via di mezzo tra le due. Dà ragione all’ala filo-Cgil del partito rispetto al peso «sociale» di questa manovra. Soprattutto, è spaventato dall’opposizione che sta montando alla sua sinistra, guidata da Cgil, ma cavalcata da Vendola e soprattutto Di Pietro. Condivide, però, la preoccupazione dell’ala riformista: se il Pd fa la parte di chi è obbligato a sostenere Monti, ma senza convinzione, rischia di pagare tutto il prezzo senza avere alcun vantaggio. Di restare, cioè, nel guado, facendosi travolgere dalla sinistra anti-Monti. Per i riformisti il problema è il profilo del partito: bisogna sostenere il governo non perché conviene, ma perché, come  dice Salvatore Vassallo, «stanno facendo le cose che avremmo dovuto fare noi e non saremmo stati capaci di fare se fossimo stati al governo». Bersani non la pensa esattamente così. È convinto che sia «necessario», in questo momento, sostenere il governo. Almeno fino a quando eviterà al Paese quella «catastrofe» ieri evocata dal presidente Giorgio Napolitano. Almeno fino alla prossima primavera. Poi si vedrà. Intanto, però, bisogna reagire con forza agli attacchi che vengono a sinistra. Pena, l’essere scavalcati. Sul lungo periodo, insomma, le strade tra il segretario e il suo predecessore tornano a dividersi. Se, infatti, Bersani non esclude che, finita l’emergenza, si torni a votare. Magari alleati di quel Di Pietro che ieri ha scaricato. Per Veltroni bisogna arrivare al 2013. «Sarebbe sbagliato vivere questo governo come una parentesi che poi si chiude e tutto torna come prima. Se questo governo non fallisce, creerà nuove condizioni politiche», diceva ieri Sergio Chiamparino in Transatlantico, prima di fare una lunga chiacchierata con Veltroni. La foto di Vasto per ora è stracciata. Ma in primavera, chissà.

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