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Gelo tra il presidente e la signora in rosso

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Gelo tra il presidente e la signora in rosso

Forse solo un presidente della Repubblica che viene dalla stessa storia della Cgil poteva permettersi un richiamo così forte. Così sferzante. Nessuno, infatti, conoscendo da dove Giorgio Napolitano viene, può accusarlo di mancare di rispetto al più grande sindacato italiano. Forse per questo, oltre che per la forza che gli viene dal grande consenso tra gli italiani e dalla consapevolezza di dover reggere il peso di una missione delicata, il presidente ha deciso di bacchettare la Cgil. E in particolare il suo segretario, Susanna Camusso. La ragione del richiamo di Napolitano è l’intervista rilasciata alcuni giorni fa al Corriere della Sera. Quella in cui il segretario del sindacato di Corso Italia aveva attaccato pesantemente, persino personalmente, il ministro Elsa Fornero.

«Credo non giovino», scandisce Napolitano quasi alla fine del discorso davanti alle alte cariche dello Stato, «qualunque posizione di principio o gruppo sociale si rappresenti, i giudizi perentori, le battute sprezzanti, le contrapposizioni semplicistiche. Si discuta liberamente e con spirito critico, ma senza rigide pregiudiziali e non rifuggendo da spinose assunzioni di responsabilità. Intanto, in tempi così difficili per il paese, si blocchi sul nascere ogni esasperazione polemica». Napolitano non nomina la Cgil. E nemmeno la Camusso. Ma quando pronuncia queste parole il pensiero di tutti è alla signora del sindacato rosso, mescolata tra vertici politici e militari nel grande salone di affreschi e arazzi. Difficile non pensare che i «giudizi perentori» e le «battute sprezzanti» non siano quelli che Camusso ha riservato a Fornero. E non è un caso che Napolitano, finito il discorso, si diriga subito verso la titolare del Welfare, abbracciandola con un calore che vuole essere una risposta pubblica a quegli attacchi. Il presidente non si limita a censurare il linguaggio della Camusso. Ricorda, a tutti i sindacati, che la priorità sono «le condizioni dei "non rappresentati"», i «giovani senza lavoro o con deboli prospettive di occupazione e di pensione». Oltre che le donne, ancora in gran parte tenute fuori dal mercato del lavoro. Sono queste, ricorda, «le ragioni fondamentali dei sacrifici che si stanno chiedendo agli italiani di ogni ceto sociale».

Finita la cerimonia ufficiale, al brindisi allestito in una sala vicina, continua il grande gelo tra il presidente e la sindacalista. Parallelo agli attestati di stima dei “montiani” per la Fornero. Le parla a lungo Walter Veltroni, poi Franco Marini, mentre Pierluigi Bersani si intrattiene per parecchi minuti con Camusso, scura in viso. Quando ormai tutti hanno salutato Napolitano, gli si avvicina la numero uno della Cgil. Ma il presidente continua a parlare con Monti e Alfano. Poi scambiano due battute. Meglio: la Camusso le scambia. Il presidente ascolta, impettito. No, quell’intervista non gli è andata proprio giù. Certo, ammettono i suoi consiglieri, il ministro Fornero poteva risparmiarsi quel riferimento all’articolo 18, a manovra ancora non approvata. Ma la reazione della Camusso è stata esagerata.

A rasserenare il clima è Monti, pressato dai giornalisti che gli chiedono dell’articolo 18 e della Cgil. «Io non ho mai parlato di articolo 18». Pausa. «Non con la signora Camusso, almeno», le fa sorridendo. Poi Fornero la saluta. È il ministro ad andarle incontro. La sindacalista ricambia, senza slanci. Se ne va. A gennaio ci si rivede. E sarà una partita difficile. Ma una cosa è certa: il Quirinale ha scelto da che parte stare.

 

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