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Morire di paura

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Morire di paura
Morire di paura. Il rosario di suicidi conta, tra ieri e oggi, un imprenditore, un elettricista, il titolar di una concessionaria, un agricoltore, un pensionato.  Morti, più che per povertà, per la paura. Di trovarsi in difficoltà per le tasse o un rimborso inatteso, di dover licenziare dopo anni che solo si assumeva e magari è il primo passo per chiudere, di veder finire il frutto di tanti sacrifici, di dover chiudere l’attività o essere costretti a cambiarla, di non avere i soldi per la spesa, il dentista, di mostrarsi perdenti con la moglie, coi figli, di essere perdenti, di non sapere come farcela fra una settimana, fra un mese. Morti per la paura – reale o immaginaria, razionale o patologica – di qualcosa che non è ancora accaduto. Ma potrebbe accadere. E sei così certo che finirà per accadere che è come fosse già accaduto. Morti di paura. E di speranza finita. Guardi la vita, il tuo lavoro, e sei sicuro che andrà nel peggiore dei modi. Il futuro è sentito così ostile, cupo, che ci finisci sotto ancora prima che arrivi. Questa è la tragedia di questi giorni. Non la povertà, ma l’assenza di speranza. Che porta alla paura. Quindi alla depressione. Parola usata perfino dagli economisti. E mai tecnicismo è risultato più corrispondente alla vita. Perché quando il tempo va indietro, anziché andar avanti, quando il futuro è ingoiato dalla paura e quello che si intravede per sé è solo un pozzo nero, allora è naturale si perda il gusto del presente. Della vita. Di se stessi. Persino di chi ti ama. Tutto sembra nemico, pericoloso. Questa è la depressione. Che nasce non dalla tristezza, ma dal panico, dal nero che ti ingoia.
Alcune settimane fa parlavo di recessione dai sorrisi. A qualcuno vien meno il sorriso, ad altri la voglia di vivere.
Questo è il primo, grande nemico da combattere. Prima del debito, la crisi, il lavoro che non c’è. In altre epoche la gente si è trovata ad affrontare difficoltà uguali, se non peggiori. Ma si lottava. Perché si sperava che potesse andare meglio. Mentre oggi non ci speri nemmeno.
La speranza, invece, è sensata. Anche in tempi di recessione. Perché è il frutto della realtà. Se le cose esistono, se io esisto, se esistono gli alberi e tu, l’amato, non si può non sperare. Il ritmo del cuore è già una ragione di speranza. Anche se intorno è fatica e pesantezza. Non è sentimentalismo, è l’unico modo vero di guardare e guardarsi. Bisogna ridirlo. Tra lo spread e i 40mila che potrebbero perdere il lavoro. Che ci si aiuti a ricordarlo. E a ricominciare da lì. Solo così la paura, la morte, non vincerà.


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