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Non chiamateli regali

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Non chiamateli regali

Ci hanno rubato la parola regalo. Dono. Che è, per sua  natura, gratis. La storia del sottosegretario Malinconico,  grigia nella sua piccolezza, ma pur sempre significativa, è l’ultimo episodio di una saga che, nell’ultimo anno, ci ha raccontato di favori e controfavori. Vacanze in hotel di lusso, jaguar, massaggi, orologi milionari, ristrutturazioni, cene pantagrueliche, appartamenti, affitti. Tutto regalato, tutto gratis, si è scritto. Come si trattasse di una grande compagnia di amici pronti a spendere caterve di soldi gli uni per gli altri. Solo che tra Anemone e  Piscitelli tra Balducci e Malinconico, non c’era amicizia. Interesse, piuttosto. Ti pago la vacanza, così mi aiuti nel mio affaruccio. Altro che gratis. Erano reali con il cartellino del prezzo.

Cioè: non erano regali. Perché la natura del regalo è la gratuità. Dare per dare, senza aspettarsi o  voler nulla in cambio. Se no, si chiama contratto, acquisto. Nel mondo della cricca, invece, si chiamavano regali quello che regali non erano: favori che esigevano più o meno implicitamente di essere ripagati. E con gli interessi. Tramite incarichi, appalti, facilitazioni, raccomandazioni, corsie preferenziali. Naturalmente tutto al confine con la legalità. Altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di inventarsi regali costosi. Di barattare rolex con appalti.

Ogni slittamento del senso delle parole va seguito con cura. Perché anticipa uno slittamento del senso delle cose. Quello della cricca, e del suo sistema di regali, è il racconto di un Paese che sta cambiando anima,  dove si fanno favori a chi non ne ha bisogno e si ignora chi muore di bisogno. Dove il merito non conta nulla e non si fa più niente per niente. Perché tutto ha un prezzo. Dove il dono è uno sconosciuto. Forse perché dona solo chi ama.

Ai soldi, ai reati, ci penserà la giustizia. E l’opinione pubblica. Ma chi ci risarcirà per l’imbrattamento di una parola sacra come regalo? Chi ci ripagherà di questo vandalismo? Di questo attentato alla nostra anima? Perché a forza di leggere che sono regali, finiremo per crederci anche noi.  Ci abitueremo a chiedere: sì ma in cambio cosa mi dai?

Perciò, colleghi, politici, vi chiedo una cosa. Quando, d’ora in poi, parlate di queste storie, non chiamateli più regali. Nominateli per quello che sono. Scambi, accordi, sotterfugi. Non imbrattate anche voi la bellezza di un gesto così puro. Gratis.

 

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