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Mussolini e la felpa ITALIA

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Mussolini e la felpa ITALIA

C’è chi scende in piazza, c’è chi si mette la felpa. Alessandra Mussolini sceglie la seconda opzione per condurre la sua personale  battaglia contro il governo Monti. Poco fa eccola alla buvette della Camera dei Deputati con una felpa azzurra, targata Coni, e su la scritta: ITALIA.  Per protesta contro il “no” del premier alle Olimpiadi nella Capitale, ovviamente. E’ stata una scelta di prudenza, di cautela, proviamo a obiettarle. Visti i precedenti – Grecia, Inghilterra, mondiali di Nuoto – forse era il caso. L’Arrabbiata – la Mussolini lo è ormai per professione – non ci sta:  <Ma sì. Allora chiudiamo tutto, dato che ci siamo. E’ stata una follia, una scelta sbagliatissima! Anche per i giovani, ma che messaggio mandi?>. Magari che i soldi vanno spesi per creare posti di lavoro, anziché stadi? <Ma andiamo, si sarebbero creati anche posti di lavoro>. Fino alle Olimpiadi. Ma dopo? La discussione finisce lì. Anche perché l’Arrabbiata tira fuori dalla sua borsa la cornetta di un telefono d’altri tempi. Azzurro Italia, come la felpa. Ci sforziamo di immaginare un nesso con la protesta. Non c’è. <Anziché l’auricolare, che è scomodissimo, ho questo. Si attacca al cellulare. Bello no?>. Un po’ ingombrante, ma fa la sua figura. Nel grigiore del pomeriggio a Montecitorio, aiuta.

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Commenti all'articolo

  • D.P.F.

    17 Febbraio 2012 - 11:11

    Si chiude la stalla dopo che le bestie sono scappate. Pur prescindendo dal concetto che opere pubbliche sono comunque uno stimolo all'economia e quindi ancor più opportune in tempi di recessione, se il posapiano burocrate di palazzo Chigi voleva proprio tirare i cordoni della borsa per paura di non saper gestire un'ardita situazione imprenditoriale poteva almeno ipotizzare di lasciare l'impegno a finanziatori privati magari addebitando loro anche gli inevitabili costi pubblici per la sicurezza. Questa non è la gestione del Buon Padre di Famiglia ma piuttosto quella del Monsù Travet con i paraocchi.

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