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Quando Monti piaceva all'Ulivo

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Quando Monti piaceva all'Ulivo
Giorgio Napolitano non è stato il primo a pensare a Mario Monti come presidente del Consiglio. E nemmeno Walter Veltroni che oggi, per aver suggerito non tanto di candidarlo, ma di non “lasciarlo alla destra”, si è beccato la scomunica dei democratici depositari dell’ortodossia di sinistra, ormai diventata “la linea del Pd” (e già qui il paradosso dovrebbe far riflettere). Eh no. Napolitano e Veltroni non hanno inventato nulla. E non sono stati nemmeno così innovatori.  I primi a pensarci sono stati, dodici anni orsono, i padri dei giovani ortodossi, i protagonisti della più lunga stagione di governo del centrosinistra nella formula più classica. Quella che dentro aveva pure Armando Cossutta. A svelare il retroscena è stato Pierluigi Castagnetti in un divanetto di Montecitorio.

Era il 2000. Massimo D’Alema si era appena dimesso da premier, dopo la batosta delle Regionali. I segretari dei quattro partiti che allora costituivano l'Ulivo (Ds, Ppi, Democratici, Rinnovamento Italiano) furono convocati al Quirinale da Oscar Luigi Scalfaro per riflettere sul da farsi. A chi chiedere di fare il premier? Giuliano Amato era uno dei candidati. Ma aveva forti resistenze persino nel suo partito. Così venne l’idea: perché non lo chiediamo a Monti? Naturalmente nei progetti dei segretari dei quattro partiti il progetto era di indicarlo per Palazzo Chigi per poi, a scadenza della legislatura, candidarlo come premier del centrosinistra alle elezioni. L’attuale premier, allora, era commissario in Europa, nominato da Silvio Berlusconi ma confermato dai governi dell’Ulivo. Era un tecnico. Ma ai riformisti dell’Ulivo piaceva. La figura di Monti, che ora i depositari della “linea del Pd” ritengono il miglior rappresentante della “destra” dei banchieri, simbolo di quel liberismo che ha portato il mondo allo sfacelo, allora venne considerata perfetta. Chi meglio di lui per continuare l’esperienza riformista che i governi di centrosinistra, tra crisi e stop and go, faticosamente aveva iniziato? Nessuno si sognò di dire: ma quello è di destra. La proposta fu unanime. Castagnetti, quindi, fu incaricato di chiedere al commissario la sua disponibilità. Monti rifiutò.  Disse che non avrebbe mai accettato di essere il candidato di una parte. Avrebbe detto sì solo se fosse stato espressione di un governo di unità nazionale, sostenuto da tutti. Il seguito, è noto. La seconda scelta fu Giuliano Amato. Che accettò.

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